I rapporti tra Stato e Regione a 25 anni dal Titolo V

Screenshot[Da Fondazione per la sussidiarietà] Sanità, società solidale e leale collaborazione tra Stato e Regioni: a venticinque anni dal Titolo V, le Regioni quale laboratorio di un regionalismo generativo, al servizio del bene comune del Paese
La lectio del Vice presidente della Corte costituzionale Luca Antonini alla presenza del Presidente della Repubblica al Quinto Festival delle Regioni e delle province autonome.
Mi introduco con Leopardi. Nel Dialogo di Ercole e di Atlante nelle Operette morali, immagina una scena, curiosa e drammatica assieme. Ercole raggiunge Atlante, il gigante condannato a reggere il mondo sulle spalle, perché Giove ha chiesto di dargli il cambio per qualche ora. Con sua sorpresa trova Atlante sollevato: il mondo, gli confessa, è diventato così leggero che pesa meno del suo mantello. E i due, invece di reggere con cura il mondo, finiscono per giocarci a palla, lanciandoselo e rischiando anche di farlo cadere.

Questo dialogo potrebbe, in qualche misura, evocare la storia del nostro principio autonomista, che ha scontato un’attuazione travagliata: da quando lo Stato non è più l’unico Atlante che regge il peso della legislazione, il rischio dell’epilogo leopardiano non è stato banale, perché spesso le ragioni della strumentalizzazione politica hanno prevalso su quelle “culturali”, fondate cioè sul valore del pluralismo istituzionale.

Fin dall’inizio. In Assemblea costituente la Democrazia cristiana, erede della tradizione sturziana e della dottrina sociale, era, per cultura appunto, convinta sostenitrice dell’introduzione delle Regioni; socialisti e comunisti erano invece contrari.

Prevalse la DC. Ma è noto che, paradossalmente, dopo la vittoria elettorale del 1948, fu proprio la DC, per ragioni di convenienza politica, a congelare per vent’anni l’attuazione delle Regioni ordinarie, e solo nel 1968, venti anni dopo, grazie alla lungimiranza di Aldo Moro, fu approvata la legge per l’elezione dei Consigli regionali.

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