Other news
Di Lorenzo Lamperti*- China Files (L’articolo è tratto dal nuovo e-book di China Files, “Cina in viaggio” )
Dai cinema nascosti negli hutong al silenzio delle auto elettriche, la capitale cinese continua a cambiare pelle. Tra memoria, innovazione e trasformazioni urbane, la città sembra ripiegarsi continuamente su se stessa. Senza mai cancellare del tutto le città che è stata.
Una sera di dicembre di poco più di dieci anni fa. Un hutong di Pechino. Quella che sembra una normale, quasi banale, birreria. Qualche tavolo e un bancone per ripararsi dal freddo tagliente dell’inverno della capitale. Poi, da una scala che manifesta improvvisamente la sua presenza, spunta una ragazza. “Il film sta iniziando”, dice. Salendo le scale si arriva in una stanza dove 15, forse 20 sedie sono raggruppate alla meglio davanti a un muro. Si accende un proiettore, parte un film di Yorgos Lanthimos che non ha trovato spazio nel circuito cinematografico cinese. Racconta una storia ambientata in una società in cui essere single è proibito. Il volume non è particolarmente alto, da fuori si sentono ogni tanto motorini e conversazioni provenienti da chi passa davanti al localino che cucina il 卤煮 (lǔzhǔ).
Una mattina di agosto del 2024. Il cielo è limpido, sopra il traffico del tardo pomeriggio di un venerdì di piena estate. Le restrizioni ai viaggi internazionali sono state eliminate già da un po’ e da qualche mese è possibile visitare la Cina continentale anche senza visto. Sembra tutto come nel 2019, l’ultima estate prima del Covid-19. Quasi. C’è qualcosa che stona, o meglio qualcosa che “non suona”. Ci si mette un attimo a capire che cosa, poi ecco la soluzione: il silenzio. In questo tardo pomeriggio di un venerdì di piena estate, a Pechino c’è silenzio. Non un valore assoluto, sarebbe impossibile in una megalopoli da oltre 20 milioni di abitanti. Ma il contrasto con i venerdì estivi della memoria è evidente. Forse non è facile da notare per chi arriva nella comunque sempre caotica metropoli cinese per la prima volta: a Pechino c’è meno rumore, molto meno rumore.
Non mancano automobili, scooter, biciclette e corrieri. Manca il rombo continuo dei motori a combustione. Auto e motorini elettrici passano quasi senza farsi sentire. La rivoluzione della mobilità elettrica diventa esperienza sensoriale. Due anni dopo, quella trasformazione è diventata normalità. Nel 2026 i veicoli elettrici e ibridi plug-in rappresentano ormai una quota dominante del mercato automobilistico cinese. L’elettrico non è più una nicchia incentivata, ma il centro di un’industria che nel frattempo ha iniziato a proiettarsi con sempre maggiore forza sui mercati internazionali.
A Pechino lo si percepisce senza bisogno di leggere un dato. Basta attraversare una strada. Eppure, già nel 2024, il nuovo silenzio della città sembra non dipendere soltanto dalle batterie. Meno clacson, forse meno di quel caos che un tempo sembrava parte integrante della città. Quell’impressione non è scomparsa. La Cina di oggi resta una gigantesca macchina industriale e tecnologica, ma continua a fare i conti con una domanda interna più debole di quanto vorrebbe il governo e con gli effetti della lunga crisi immobiliare. Anche davanti ai grandi numeri del turismo e dei consumi durante le festività emerge una maggiore attenzione al prezzo e una minore propensione a spendere rispetto ai lunghi anni della crescita apparentemente senza limiti.
Il silenzio ha forse due facce. Da una parte è il rumore che scompare grazie all’innovazione. Dall’altra è quello che resta quando una società corre velocissima, ma una parte delle persone decide di procedere con maggiore cautela. Quella apparentemente normale birreria non c’è più. Forse si è persa tra le pieghe di Pechino. O forse la sua “sparizione” è causata da una memoria incapace di ripercorrere con esattezza tutte le svolte di quelle pieghe.
Negli ultimi decenni Pechino ha demolito, trasformato, restaurato e commercializzato enormi porzioni della sua città storica. Alcuni vicoli sono scomparsi, altri sono diventati scenografie perfette per caffetterie e boutique, altri ancora conservano una quotidianità sorprendentemente resistente. Oggi le autorità insistono sulla “rigenerazione urbana” e sulla protezione del tessuto storico, investendo nel recupero di quartieri e cortili tradizionali. La modernizzazione che per anni ha cancellato parte della vecchia città ora prova anche a conservarla.
Talvolta, però, un muro grigio può essere restaurato perfettamente e perdere comunque ciò che lo rendeva interessante. Quel proiettore non era necessariamente l’innesco di una Cina “fuori dal sistema”. Era qualcosa di più interessante: una creatività che cercava continuamente interstizi dentro un sistema molto presente.
Pechino conta quasi 22 milioni di abitanti. Alcuni migranti interni, dopo il Covid, non sono più tornati. Amici si sono allontanati dagli anelli più centrali per spendere meno d’affitto. Pechino è una città di auto silenziose, pagamenti digitali, intelligenza artificiale, consegne istantanee e infrastrutture che cambiano a una velocità difficilmente immaginabile in Europa. Ma è anche una città costruita sopra altre città: quella imperiale, quella maoista, quella della grande apertura economica, quella olimpica, quella febbrile degli anni Dieci e quella più ordinata e tecnologica di oggi.
Le une non cancellano mai completamente le altre. In Pechino pieghevole, il racconto di fantascienza con cui la scrittrice Hao Jingfang ha vinto il premio Hugo nel 2016, la capitale è una città letteralmente capace di ripiegarsi su se stessa: diversi gruppi sociali occupano a turno lo stesso spazio urbano, mentre intere porzioni della metropoli scompaiono per lasciare posto alle altre. Nella Pechino reale, ogni trasformazione sembra nasconderne un’altra senza cancellarla del tutto. Basta cambiare strada, attraversare una porta o scendere una scala perché la città mostri una delle sue pieghe.
Camminando per Pechino si può così passare nel giro di pochi minuti da un tempio vecchio di secoli a un centro commerciale scintillante, da un cortile restaurato a un robot che effettua consegne, da una strada quasi immobile a una sopraelevata percorsa da automobili elettriche. Forse è la stessa memoria incapace di ripercorrere tutte le svolte delle pieghe, ma non sono semplici contraddizioni da risolvere. Sono strati che continuano a occupare lo stesso spazio. E che insegnano a diffidare delle superfici.
*Giornalista professionista, da diversi anni di base in Asia orientale. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book tematici, la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina e la rubrica “Taiwan Files” con notizie e analisi da Taipei e dintorni. Si occupa di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa e RSI (Radiotelevisione Svizzera). Collabora anche con ISPI.
————————————
Elezioni israeliane: perché nessuno parla della creazione di uno Stato palestinese
Di Amnon Aran* – The Conversation
Mentre gli israeliani si recano alle urne, una questione fondamentale che non ha ricevuto seria attenzione durante la campagna elettorale è il categorico rifiuto da parte di Israele del riconoscimento dello Stato palestinese.
Ciò pone Israele in grave contrasto con l’opinione pubblica mondiale. Allo stato attuale, 159 paesi in tutto il mondo riconoscono lo Stato palestinese, tra cui potenze diplomatiche quali il Regno Unito e la Francia. I due membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU si sono uniti ad Australia, Andorra, Canada, Lussemburgo, Malta, Monaco, Portogallo e San Marino nel riconoscere formalmente lo Stato di Palestina nel settembre 2025.
Ciò rappresenta un importante cambiamento all’interno dei principali contesti diplomatici mondiali. Ora, quasi la metà dei paesi del G7 e quattro dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU – Cina, Francia, Russia e Regno Unito – riconoscono la Palestina come Stato legittimo.
Questa pressione internazionale è stata recentemente intensificata dalle sanzioni internazionali imposte dal Regno Unito e da altri paesi contro i gruppi di coloni israeliani. Data questa pressione – oltre al conflitto in corso a Gaza – ci si aspetterebbe che almeno i partiti di opposizione affrontassero il bilancio del governo Netanyahu sulla questione palestinese. Ma regna il silenzio. Non solo da parte del governo, ma anche da parte dei partiti di opposizione che sperano di sostituirlo.
I partiti politici che compongono il governo ultranazionalista dell’attuale primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, sostengono con forza la «distruzione di Hamas». Continuano a rifiutare categoricamente l’idea di uno Stato palestinese – al contrario, promuovono con entusiasmo l’espansione degli insediamenti israeliani.
Tra i partner di estrema destra di Netanyahu, sui quali egli ha fatto affidamento per mantenersi al potere, figurano il partito Sionismo Religioso del ministro delle Finanze Belazel Smotrich e il partito Potere Ebraico del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir. Questi due partiti vogliono spingersi oltre. La loro campagna elettorale sostiene l’occupazione dell’intera Cisgiordania. A sostegno di ciò, propongono un piano eufemisticamente definito di «emigrazione volontaria dei palestinesi».
I principali contendenti alla successione di Netanyahu sono Gadi Eisenkot, leader di Yashar (Dritto), e Naftali Bennett, leader di B’Yachad (Insieme). Si sono distanziati dalla politica del governo Netanyahu promettendo di riportare l’ordine in Cisgiordania frenando la violenza dei coloni. Entrambi rifiutano l’idea di espandere gli insediamenti e di promuovere l’emigrazione palestinese.
Eisenkot, ampiamente considerato il candidato con maggiori probabilità di battere Netanyahu, si dichiara favorevole agli insediamenti che rispettino la legge israeliana. È stato inoltre un aspro critico del gigantesco insediamento E1. Si tratta del mastodontico progetto proposto che – se portato a termine – dividerebbe di fatto la Cisgiordania a metà e renderebbe praticamente impossibile la creazione di uno Stato palestinese. Sia Eisenkot che Bennet condividono la posizione del governo Netanyahu di rifiutare categoricamente la creazione di uno Stato palestinese.
Economia e sicurezza
Il fatto che la leadership politica israeliana sia così in contrasto con l’opinione pubblica mondiale sulla creazione di uno Stato palestinese solleva alcune questioni urgenti.
È stato a settembre che il Regno Unito e altri 11 paesi hanno annunciato un pacchetto di sanzioni in risposta alle violenze dei coloni e all’approvazione da parte del governo di Netanyahu del piano E1. Le sanzioni prendono di mira direttamente i prodotti, i beni e i servizi provenienti dagli insediamenti illegali o ad essi associati.
All’interno dell’Unione Europea si è discusso di un pacchetto più ampio di sanzioni, che potrebbe includere la revoca dello status di «nazione commerciale preferenziale» a Israele. In risposta, Netanyahu ha suggerito che Israele potrebbe reagire utilizzando le criptovalute e le tecnologie blockchain per eludere tali restrizioni. Ciò ha suscitato una severa reprimenda da parte della banca centrale israeliana, che ha affermato: «La linea di condotta corretta per l’economia israeliana è quella di preservare le relazioni economiche con i nostri principali partner commerciali e di concentrarci sulla prevenzione delle sanzioni e del loro impatto negativo sull’economia».
Un’altra grande preoccupazione derivante dalle crescenti turbolenze in Cisgiordania e dal conflitto in corso a Gaza è la pressione che ciò sta esercitando sulle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Il capo di stato maggiore dell’IDF, Eyal Zamir, ha recentemente lanciato un severo monito, sottolineando che l’esercito sta già affrontando una crisi di effettivi. «Sto lanciando dieci segnali d’allarme prima che le IDF crollino su se stesse», avrebbe detto Zamir durante una riunione del gabinetto di sicurezza. Oltre al dispiegamento a Gaza, in tutta la Cisgiordania e ai confini di Israele, le IDF hanno truppe anche nel sud e nel sud-ovest della Siria e nel sud del Libano.
Nonostante la posta in gioco sia alta, i principali partiti in lizza alle elezioni israeliane sembrano non avere risposte a queste questioni urgenti.
La creazione di uno Stato palestinese non è un tema vincente in campagna elettorale
I sondaggi di opinione suggeriscono che l’apparente mancanza di interesse per una soluzione a lungo termine per l’autodeterminazione palestinese potrebbe essere una strategia calcolata. Si è verificato un significativo cambiamento nell’orientamento degli elettori in Israele dopo i mortali attacchi di Hamas del 7 ottobre. Molti elettori – in particolare i giovani israeliani – stanno assumendo una posizione intransigente nei confronti dei palestinesi e della creazione di uno Stato palestinese. Più del 16% dei nuovi elettori intende sostenere i partiti di estrema destra di Ben-Gvir e Smotrich, secondo un sondaggio condotto per uno dei quotidiani più popolari di Israele, Yedioth Ahronoth.
La maggioranza della popolazione israeliana respinge l’idea di una soluzione a due Stati. Molti considerano inoltre le crescenti critiche internazionali rivolte a Israele come ipocrisia e prova di un aumento dell’antisemitismo in tutto il mondo. I temi chiave alle urne rimangono la sicurezza, il costo della vita e la responsabilità degli attacchi del 7 ottobre.
L’ultimo sondaggio, che riunisce i dati di tre delle principali reti televisive israeliane, vede una possibile coalizione guidata da Eisenkot in leggero vantaggio con 54 seggi contro i 50 di una probabile coalizione guidata da Netanyahu. Il margine è di circa 16 seggi, che riflette il numero di persone che si dichiarano indecise.
Una volta conteggiati i voti e formata una coalizione di governo, spetterà al prossimo leader israeliano e a chiunque sceglierà come partner di coalizione trovare il modo di affrontare le gravi sfide poste dal crescente isolamento del Paese. È abbastanza chiaro che la questione palestinese sia al centro di tutto ciò. Ma la campagna elettorale non ha fornito alcun indizio su come un futuro governo potrebbe affrontarla.
*Professore di Relazioni Internazionali, City St George’s, Università di Londra.
OtherNews
Via Panisperna 207, Roma – Italy
www.other-news.info







AService Studio
Lascia un Commento