Così lo ricordiamo. Il resoconto dell’evento in ricordo di Umberto Allegretti

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ScreenshotIl monologo letto da Gianluca Medas
Sono Umberto Allegretti
Le battaglie
Buongiorno. Mi chiamo Umberto Allegretti.

Sono nato a Cagliari il 12 marzo 1934, in via Goffredo Mameli, ai margini di Stampace. Ho insegnato diritto per tutta la vita: a Cagliari, poi per trentasette anni a Firenze. Poi sono tornato qui, a vivere l’ultimo periodo della mia vita coi familiari nella mia città. Ma stasera non vi parlo della mia vita di fede e di diritto. O meglio: vi parlo della fede come motore di tutta la mia vita e del diritto come l’ho imparato fuori dalle aule.
Il diritto e le battaglie per i deboli. Che sconfina ovviamente anche con la politica.
Io della politica non ho mai fatto un mestiere. Nel 1975 mi spinsero a candidarmi al Consiglio comunale. Esitai a lungo, e alla fine dissi di no: per non dare un dispiacere a mia suocera, e soprattutto perché non avevo intenzione di fare politica in modo tradizionale . L’anno dopo, nel 1976, dissi di sì: candidato alla Camera per il PDUP, in una lista che non aveva nessuna probabilità di vincere. Feci qualche comizio, e raggranellai, credo, più di mille voti. È stata la mia sola avventura direttamente politica. Molti anni più tardi, nei Comitati di Dossetti, mi chiesero di succedere a Vitali alla guida. Rifiutai anche quello. Eppure ho combattuto. Ho combattuto quella che chiamavo una politica «indiretta», «di base». Nei quartieri, nei movimenti cattolici fuori dalle sagrestie , nelle favelas, sotto le tende.
Stasera vi racconto quattro battaglie, se così vogliamo chiamarle, erano dare voce a chi non ce l’ha, agli ultimi. Una l’abbiamo vinta. Una l’abbiamo vinta a metà. Una sembrava persa, e l’abbiamo vinta cinquant’anni dopo. E una, credo, non finisce mai.
La prima comincia in un borgo di case minime, sotto la Sella del Diavolo.
Prima battaglia — Il Borgo di Sant’Elia (1969–1974)
Il Borgo di Sant’Elia lo avevano costruito nei primi anni Cinquanta, allora fuori città. Case minime, per sistemare i più poveri. Tanti venivano dalle macerie dei bombardamenti del ’43. Una comunità di emarginati, di sottoproletari, come si diceva allora, lontani da tutto.
Alla fine degli anni Sessanta il Comune decide che quel luogo con un bel paesaggio affacciato sul mare vale troppo per non valorizzarlo, e nei fatti per lasciarlo ai poveri. Il progetto è un centro di lusso marinaro. Il Borgo va demolito. E gli abitanti? Gli abitanti dispersi, in case di cui il progetto non diceva nulla. Nessuno sapeva dove sarebbero finiti.
Forse il Borgo avrebbe resistito anche da solo. Ma noi non lo abbiamo lasciato solo.
Noi eravamo un gruppo di cattolici certo non assimilabili alla Chiesa e al suo potere locale. Si chiamava «Nuova Comunità». Ci riunivamo la sera, parlavamo molto, troppo, in assemblea. Una specie di Sessantotto cattolico. Volevamo una Chiesa povera, lontana dal potere, vicina alla cultura moderna. E a un certo punto ci siamo resi conto che la Chiesa povera non era un tema da assemblea. Abitava a Sant’Elia.
Il passaggio dalla fede alle lotte urbane fu del tutto naturale. Non ci fu una decisione. Ci trovammo dentro.
C’era il comitato di quartiere, dove confluivano i comunisti con la loro sezione.
C’era il parroco, don Vasco Paradisi, un ex carmelitano marchigiano, attivissimo, che da una parte formava la coscienza del quartiere e dall’altra cercava di frenarla, di controllarla. Tra lui e il comitato un dissidio sordo, mai dichiarato.
E c’era (però anche) un giovane medico, Franco Oliverio, amico nostro, che curava i ragazzi del Borgo, i drogati, i disperati. È morto giovane. A lui si deve uno degli impulsi iniziali. Il resto lo fecero in molti: quelli di Nuova Comunità, e tanti altri cittadini.
Noi, cosa abbiamo dato? Abbiamo tolto il Borgo dall’isolamento. E abbiamo dato agli abitanti gli strumenti tecnici per discutere con il Comune da pari a pari: carte, piani, ricorsi. Io ero un giurista. Sapevo leggere un piano regolatore e trovarci il trucco.
Il Comune era in mano alla Democrazia cristiana, alla borghesia commerciale della città. Dal 1969 al 1974 si sono alternati sindaci e giunte, uno dopo l’altro. Tutti, con qualche distinguo più o meno sincero, rifiutarono la nostra proposta: conservare il Borgo e risanarlo, non distruggerlo. Solo un sindaco socialista, Salvatore Ferrara, si mostrò più vicino al Borgo. Lo appoggiava, e insieme lo conteneva.
E allora abbiamo fatto quello che si fa.
Riunioni continue. Manifesti. Notizie diffuse da noi, nel silenzio o nell’ostilità dei giornali ufficiali: «L’Unione Sarda» ci era apertamente contraria. Tre grandi marce attraverso la città, con migliaia di persone. Poi l’occupazione dell’aula del Consiglio comunale. E poi una tenda, piantata in via Roma, in faccia al palazzo civico. Il Procuratore della Repubblica di allora, un uomo rigidissimo, restò perplesso per giorni. La tenda resse. Alla fine la smontarono i vigili.
Nei cortei, contro i due maggiori petrolchimici che si erano gettati sui finanziamenti del Piano di Rinascita, si gridava:
«Moratti e Rovelli, ladri gemelli!»
Io, professore universitario, figlio della buona borghesia, nipote del principe degli avvocati, gridavo con gli altri. E mi pareva la cosa più giusta del mondo.
Lo pagavo, naturalmente. La Democrazia cristiana non si fidava di me, il Partito comunista nemmeno. E il giornale della città mi aveva preso di mira anche per la mia presenza a Sant’Elia, che era piuttosto visibile.
Portavo anche i bambini. Giovanni, piccolo, veniva con noi alle riunioni serali e alle messe dialogate del Borgo. Erano messe così parlate, così piene di interventi, che una volta, a Città del Messico, durante una riunione di quartiere dai gesuiti, lui mi chiese: «Papà, ma quando finisce la messa?»
E Francesco, a scuola, aveva per compagna inseparabile Francesca, la figlia di Anna e Walter, del Borgo. Sono ancora affezionati. Anna e Walter sono ancora nostri amici. Ecco cosa è rimasto di quella lotta, prima di tutto: amicizie vere. Fino ad allora noi, borghesi intellettuali, un po’ di selezione di classe la facevamo, anche senza volerlo. È stata Sant’Elia ad allargarci il raggio.
Alla fine abbiamo vinto.
Le case del Borgo furono ristrutturate. Gli abitanti restarono dove erano. E tra il Borgo, il nuovo stadio e la città fu costruito un grande quartiere di case popolari per i non abbienti.
E qui devo essere onesto. La prima vittoria fu una vittoria. La seconda no. Quel quartiere nuovo non è stato un buon acquisto, né per l’architettura né per la vita sociale della città. Lo dico io, che c’ero.
Molto dopo, hanno restaurato anche il vecchio Lazzaretto, lì davanti, e ne hanno fatto un luogo di cultura.
Sant’Elia è rimasta un’esperienza vitale, decisiva, per il quartiere, per la città, per molti di noi. Qualcosa di indimenticabile.
1 Marco Arhemalle
E non fu sola: dopo Sant’Elia, per un certo periodo, Cagliari si riempì di comitati per la casa e per la città. Alcune battaglie le hanno perse. Abbiamo perso il mandorleto dietro piazza Giovanni XXIII, che volevamo verde pubblico. Altre le abbiamo vinte.
La più importante, forse, è la seconda che vi racconto.

Seconda battaglia — Stampace e i quartieri storici
Vi ho detto che sono nato in via Mameli. La casa del nonno Cao l’avevano costruita nel 1913, ai margini di Stampace Basso, la parte bassa della città vecchia. Il nonno era stato tra i primi ad abbandonare la casa di famiglia in Castello, il quartiere dei nobili, per scendere a valle, dove si espandeva la borghesia. Io sono nato lì. Stampace per me non è un quartiere. È l’origine.
E negli stessi anni di Sant’Elia, Stampace volevano raderlo al suolo.
Non solo Stampace. Marina, Villanova: i quartieri storici ai piedi del Castello. Il Castello no: quello era già vincolato dallo Stato, da sempre, perché ci abitavano i nobili. Ma gli altri, i quartieri del popolo, dei commercianti, degli artigiani, quelli per il Comune non valevano niente. Andavano demoliti e ricostruiti. E ricostruiti come? Con i caratteri peggiori dell’edilizia moderna.
L’intenzione era chiarissima nel piano per Stampace Alto. Il piano Zuddas. Già approvato in Consiglio comunale. Sapete cosa salvava? Alcune chiese. Solo alcune chiese. Tutto il resto, case, cortili, vicoli, botteghe, via.
Non erano monumenti, quelle case. Questo lo sapevamo bene. Cagliari, diciamolo, è una città architettonicamente modesta. Ma quelle case erano la storia della città. La sua vita. La sua società. E una città che cancella la sua storia minuta, quella della gente comune, per tenersi solo i palazzi dei nobili e le chiese, è una città che ha deciso di vergognarsi di sé.
Come abbiamo vinto? Non con le marce, questa volta. Con un’alleanza.
In quegli anni alla Soprintendenza ai Monumenti c’era un’architetta, Margherita Asso. Ci siamo collegati a lei, i comitati e la Soprintendenza insieme. Ed è stata lei a inventare la soluzione, e a ottenerla dall’amministrazione centrale: il vincolo paesistico. Sui tre complessi antichi. Stampace, Marina, Villanova. Non perché fossero monumenti, ma perché erano significativi per la storia e la società della città. Il piano di demolizione, da quel giorno, non valeva più niente.
Poi c’erano le battaglie piccole, casa per casa. Sono quelle che ricordo con più tenerezza.
C’era una proprietaria, nota in tutta la città, che per estesa fama era ritenuta un’usuraia. Possedeva molte case nel centro storico, tante proprio nella zona del piano di Stampace Alto. Case vecchie, senza manutenzione, affittate a famiglie povere. In numerosi casi era lei a chiedere al Comune di demolirle: per l’indennizzo, o per ricostruire. E i sindaci, uno dopo l’altro, firmavano le ordinanze: edificio instabile, da abbattere.
E allora arrivavano due ingegneri dei comitati. Facevano le loro perizie. Visitavano le case, misuravano, calcolavano. E di solito la perizia diceva il contrario dell’ordinanza: la casa è stabile. Con quella perizia in mano si poteva ricorrere contro il sindaco. E le famiglie restavano.
Uno dei due ingegneri era Antonello Sanna. L’altra era mia moglie, Teresa Crespellani (che oggi abbiamo la fortuna di avere tra di noi)
Gli abitanti, con il loro umorismo cagliaritano, li avevano battezzati: «Is dottoris de is murus». I dottori dei muri.
Teresa, figlia del primo sindaco eletto di Cagliari, andava casa per casa a dire al sindaco di turno che aveva torto. Con i numeri.
E poi le occupazioni. Il Palazzo Doglio, in via Logudoro: un palazzo d’epoca che un grande imprenditore edile aveva comprato per demolirlo. L’abbiamo salvato occupandolo. E le case popolari di via Bacaredda, occupate dalle famiglie con l’appoggio dei comitati: al loro posto volevano fare un parcheggio. Il parcheggio non si è fatto.
Per anni, tornando a Cagliari da Firenze, Teresa guardava quei quartieri e si avviliva. Erano sempre più degradati. Lei, che è sempre pronta all’autocritica e a sminuire i propri meriti, mi diceva: forse non è servito a niente.
Io no. Il mio giudizio è sempre rimasto fermo.
E oggi guardate Stampace. Guardate la Marina. Le piazzette, le vie piene di vita, i ristoranti, i ragazzi la sera, i turisti che fotografano tutto. Quei quartieri, salvati da quel vincolo e in gran parte restaurati, sono tra i luoghi più vivi di storia e più belli della città. Se allora non avessimo fatto quell’opera di conservazione, oggi non ci sarebbero. Ci sarebbero palazzoni, come dappertutto.
Oggi anche Teresa è d’accordo con me. Ci ha messo cinquant’anni. Ma è d’accordo.
Questa, credo, è la battaglia di cui vado più fiero. Ed è quella di cui nessuno si ricorda.
Abbiamo un piccolo contributo di 3 Antonello Sanna oggi con noi virtualmente e che ha voluto partecipare con questo ricordo (legge Dandy)
4 Franco Meloni

Terza battaglia — L’Argentina e l’America Latina con Arturo Paoli
Vi devo confessare una cosa subito. In America Latina ci sono stato tante volte, ma proprio in Argentina io non ci sono mai stato, perché Arturo Paoli, a rischio di incolumità, dovette scappare nelle montagne del Venezuela.
Ci sono statocon continuità, attraverso le lettere.
Arturo Paoli l’ho conosciuto nell’estate del 1957, qui a Cagliari, nel chiostro di San Domenico. Un piccolo incontro. Era un prete di Lucca, già famoso: era stato uno dei capi della gioventù di Azione Cattolica a Roma, finché non lo avevano rimosso, perché troppo libero. Poi era diventato Piccolo Fratello del Vangelo, sulle orme di Charles de Foucauld. E lo avevano mandato in Sardegna, a fondare una fraternità tra i minatori dell’Iglesiente. A Bindua.
A Bindua andavamo in ritiro ogni tre mesi. Una cappelletta, una cucina comune, povera, due fratelli francesi silenziosi, e lui, Arturo, che parlava. Di fede, di Chiesa, di politica. Di una Chiesa diversa da quella del nostro vescovo, e da quella di Roma. La gente arrivava sempre più numerosa.
Troppo numerosa. Per qualcuno, in Vaticano, quell’uomo stava riannodando troppi legami in Italia. Lo hanno allontanato. Con grande dolore di tutti noi.
Nel 1960 parte per l’Argentina. Fortín Olmos, nel nord-est, nella provincia di Santa Fe. Ottocento chilometri da Buenos Aires. In mezzo ai boscaioli, gli spaccalegna del Chaco, nelle terre saccheggiate da una grande compagnia straniera del legname, La Forestal. Lui scriveva che l’apprendistato della povertà, tra quei boscaioli, era più duro che tra i tuareg del Sahara. Ci ha fatto una cooperativa. Voleva costruire, diceva, una piccola cellula di pace.
Per noi fu un dolore. Per lui fu la fortuna della vita. Se l’avessero mandato nel mondo arabo, come pensavano, non sarebbe diventato quello che è diventato. In America Latina ha trovato la teologia della liberazione, e la teologia della liberazione ha trovato lui. Gustavo Gutiérrez, uno dei suoi padri, lo ha chiamato l’autore per eccellenza della «spiritualità della liberazione».
E noi a Cagliari leggevamo le sue lettere. Una corrispondenza fittissima, prima con me, poi con me e Teresa. Bellissima, da parte sua. E i suoi libri, che uscivano uno dopo l’altro, erano come lettere allargate a tutti gli amici italiani. Lui era in Argentina e noi eravamo in Argentina con lui. Sapevamo dei boscaioli, del regime militare, di Onganía, dei cattolici integralisti che lo detestavano.
Nel 1967 è tornato dall’Argentina apposta. Per sposarci. Ha fissato il suo viaggio in Sardegna sulla data del nostro matrimonio, il 31 agosto, a San Saturnino. Alle sette e mezza del mattino. E fece un’omelia che non abbiamo più dimenticato: un’amica prese appunti, e quegli appunti oggi sono nel suo archivio, a Lucca. Disse due cose. La prima, agli sposi cristiani: quando litigate, non rivolgetevi ai preti. Anzi, con un umorismo provocatorio: non andate dal gesuita e dal domenicano. Sedetevi a un tavolo e parlate. E accanto a lui, all’altare, concelebrava un gesuita: padre Cravero, il direttore spirituale di Teresa. La seconda cosa: per dare un esempio di che cosa voglia dire essere credenti militanti, deplorò la guerra del Vietnam, che era al culmine. In un matrimonio cagliaritano. A quel tavolo ci siamo seduti per cinquant’anni.
L’Argentina poi è diventata un inferno. Arturo finì nelle liste di chi doveva morire. Nel 1974 fuggì in Venezuela. In Argentina non è più tornato.
E lì, in Venezuela, finalmente, ci siamo andati noi.
Ogni tre anni circa lui tornava in Italia, e noi organizzavamo conferenze per la città e ritiri di più giorni, al convento dell’Assunzione, ad Arborea. A un ritiro di Arborea arrivarono duecentocinquanta persone. E lui ci diceva: venite.
Inverno 1976–77. Monte Carmelo, un villaggio di montagna nell’ovest del Venezuela. Abbiamo vissuto nella sua casa per settimane, Teresa, io e i due bambini. Francesco aveva tre anni. Case di fango seccato. Nessun gabinetto, tranne uno che Arturo aveva fatto costruire apposta per noi. La doccia dalla vecchia María La Paz, con l’acqua gelida delle sorgenti. Mobili fatti con le cassette delle patate. Mais e patate, l’unico cibo. E un caffè, coltivato davanti alle case, che aveva una fragranza sovrumana.
Il villaggio era un regno di donne e di bambini. Gli uomini seminavano figli e sparivano. Questa era la cosa più sconfortante: la condizione delle donne.
Le messe di preparazione al Natale erano alle tre del mattino. Ci si svegliava nel freddo, si andava alla chiesetta, poi si tornava a dormire. Paura? No. Almeno io, no. Eravamo affidati all’autorità di Arturo, l’uomo saggio, amato e rispettato da tutti.
E lui all’alba scriveva. Su una vecchia Lettera 22, appollaiato su un banco di scuola sgangherato, in una stanza dove i bambini entravano quando volevano. Lì ha scritto alcuni dei suoi libri più belli. Ogni settimana mandava il commento al Vangelo al giornale diocesano di Barquisimeto. Poi scendeva in città su un camioncino traballante, per sbrigare le pratiche di tutti, non le sue.
Primavera 1980, la seconda volta. Una mattina presto arriva Arturo sconvolto e grida: «Hanno ucciso Romero!» Io pensai al dittatore, che si chiamava così. No. Era il vescovo di San Salvador, ucciso mentre diceva messa. Arturo non era disperato: era pieno di ammirazione. Un vescovo che non si era fermato davanti alle minacce. Il popolo lo ha fatto santo prima del Vaticano.
Inverno 1981–82, la terza volta. Prima il Nicaragua sandinista, sotto la guerra dei contras armati dagli Stati Uniti. Managua ancora vuota dopo il terremoto. Quartieri poverissimi, e dentro un’allegria, una sete di amicizia, che la guerra non piegava. All’aeroporto, Arturo aveva fretta, doveva predicare in Venezuela: prese il primo aereo e ci lasciò lì, soli, in un aeroporto deserto e poco sicuro. Ci considerava abbastanza maturi da cavarcela. Io mi fidavo solo della sua presenza.
Poi l’ho visto andare via, a Caracas, un po’ curvo. Aveva quasi settant’anni. Pensai: non lo rivedremo più. È arrivato a centodue.
Nel 1985 si è trasferito in Brasile, e noi lì: nel 1986 e nel 1989. Porto Alegre, la democrazia partecipativa che stava nascendo. E da lì è nato il lavoro di nostro figlio Giovanni, che oggi la insegna in tutto il mondo.
L’America Latina è stata il più grande insegnamento della nostra vita. E Arturo ha influito su di me più di chiunque. Quasi totalmente.
C’è una coincidenza che mi commuove. Durante la guerra, a Lucca, Arturo aveva nascosto ebrei perseguitati. Nel 1999 Israele lo ha riconosciuto Giusto tra le Nazioni. E io, bambino, nel 1943, a Roma città aperta, ero stato ospite proprio in una casa di ebrei nascosti. Senza saperlo, eravamo dalla stessa parte da sempre.
Arturo è morto a oltre 102 anni il 13 luglio 2015, sulle colline di Lucca. L’ultima volta lo abbiamo visto il 25 aprile di quell’anno, a letto. Ci ha guardati, Teresa e me, e ha detto a chi lo assisteva:
«Abbiamo celebrato un bel matrimonio!»
5 Gianni Loy

Quarta battaglia — Padre Ernesto Balducci e la pace
Se Arturo è stato il mio maestro in America Latina, a Firenze il mio maestro è stato padre Ernesto Balducci.
Nato nel 1922 a Santa Fiora, sull’Amiata, figlio di un minatore. Lo si vedeva subito: un corpo grande, mani grandi, le mani della miniera. Un prete scolopio, lettore universale, che a Firenze aveva fondato una rivista, «Testimonianze», nel 1958.
La Chiesa ufficiale non lo amava. Lo avevano già allontanato da Firenze, mandato a Frascati, a Roma. Nel 1963 aveva difeso pubblicamente gli obiettori di coscienza, in anni in cui il rifiuto del servizio militare era punito dalla legge. Lo hanno processato per apologia di reato. Assolto in primo grado, nel marzo 1963. Condannato in appello, nell’ottobre dello stesso anno. Condanna confermata in Cassazione, nel giugno 1964. Un prete condannato per aver difeso chi non voleva imbracciare un fucile.
Quando tornò, il cardinale Florit non lo volle nella sua diocesi. E lui andò a vivere alla Badia Fiesolana, sulla collina di San Domenico di Fiesole, con una piccola comunità di padri scolopi. Un passo fuori dal confine della diocesi. Esiliato a un passo da Firenze.
Ma uno come Balducci non si poteva confinare. Se c’era un limite, era uno solo: che dalla Chiesa lui non voleva uscire, e non uscì mai. Con la prudenza del serpente e la semplicità della colomba.
Lo avevamo invitato più volte a Cagliari. E quando nel 1982 siamo arrivati a Firenze, senza casa, perché a Firenze gli affitti sembravano scomparsi, è stato lui ad accoglierci. Quindici giorni ospiti dei padri Scolopi alla Badia. Poi ci trovò da un amico impresario una casa vuota sulla collina di Monteloro, con la sola cucina. Comprammo quattro brandine che di notte si piegavano. Siamo entrati a Firenze dalla porta migliore.
Ogni domenica alle undici, nella chiesa quattrocentesca della Badia, diceva messa e predicava. Ci andavamo sempre. Veniva gente da tutta Italia e dall’estero. Prediche robuste, piene del Vangelo e dell’attualità del mondo, della natura, della storia, con un’oratoria elegante, piena di immagini inusuali.
Devo essere onesto anche con lui. Le prediche erano lunghe. Troppo intellettuali, a volte, aggrovigliate. Mio figlio Francesco, ragazzino, confessò di non capirci niente. E ai bambini, alla loro educazione alla fede, la Badia pensava poco. Ma Balducci non aveva fondato una comunità. Tutti la chiamavano comunità, lui no. Aveva aperto una porta.
E il venerdì, i «venerdì di Badia»: ospiti di ogni provenienza, di ogni idea, che lui chiamava «testimoni». E poi scriveva, viaggiava per tutta Italia a parlare, tornava subito a casa. Scriveva anche sull’«Unità», il giornale comunista. Un prete.
Arturo e Balducci erano amici. E c’era tra loro un paradosso che mi ha sempre colpito. Balducci, proletario di nascita, viveva tra gli intellettuali e parlava agli intellettuali. Arturo, borghese, si era fatto povero e parlava ai poveri. Due strade opposte per arrivare nello stesso punto. Teresa diceva che tutti e due, restando nella Chiesa, la attaccavano con troppa veemenza. Forse aveva ragione. Ma noi stavamo con loro, proprio perché erano dentro.
Per anni, alla messa della Badia, abbiamo tenuto un banchetto per raccogliere soldi da mandare ad Arturo, in America Latina. Un ponte tra i nostri due maestri.
La grande battaglia di Balducci era la pace. La pace tra i popoli, e la pace tra le fedi, religiose e laiche. E da lui ho imparato che la pace non è un tema da convegno.
A Firenze c’era un forum di professori sulla pace e la guerra. Io ne facevo parte, ma non mi convinceva. Troppo ambiguo, troppo equidistante, troppo accademico davanti all’uso della forza. Io preferivo la strada di Balducci: netta. Senza ambiguità. Soprattutto dopo che lui stesso aveva perso ogni illusione sulle Nazioni Unite.
Poi, nel gennaio 1991, la guerra del Golfo. Per me è stato uno spartiacque. Il muro era caduto da poco più di un anno, si parlava della fine della storia, della pace finalmente possibile. E invece lo spirito di guerra tornava, più vivo di prima. I giornali, la televisione, i discorsi al bar avevano di colpo il tono che ricordavo da bambino, quando seguivo la guerra fascista sulla carta geografica.
A metà gennaio ne ho scritto sul «manifesto». E da quel momento, sull’esempio di Balducci, la guerra è diventata il mio rovello. Con due amici, Mimmo Gallo e Manlio Dinucci, abbiamo scritto un libro sulla nuova strategia militare dell’Occidente. Il titolo ce lo ha dato lui, Balducci: La strategia dell’Impero.
E io ci aggiungevo un’idea che avevo portato dall’America Latina, e che quasi nessuno tra i pacifisti voleva ascoltare: la lotta per la pace e la lotta per la giustizia nel mondo sono la stessa lotta. Non si può chiedere la pace a chi ha fame. L’avevo visto a Monte Carmelo. In Italia, allora, le due cose restavano separate.
Il 25 aprile 1992, nell’anniversario della Liberazione, Balducci è morto per un incidente stradale, tornando da uno dei suoi viaggi. Aveva sessantanove anni. Era nel pieno delle forze.
Il funerale, in Duomo, lo celebrò il cardinale Florit. Lo stesso che non lo aveva voluto in diocesi. Fu una mezza ritrattazione.
Mezza. Perché ancora oggi la Chiesa ufficiale non ha fatto suo il suo insegnamento.
E qui devo dire una cosa contro di me. Dopo la sua morte, la Badia lentamente si è spenta: per vecchiaia, per scarsa fantasia, chiusa nella commemorazione. Gli eredi divisi. Io non ho avuto voglia di affrontare quelle divisioni, e la lotta quotidiana che tenere viva la sua opera avrebbe richiesto. Io, meno di Teresa, con la sua eredità non mi sono mai misurato davvero. Ho preferito impegni più lontani. Più larghi. Forse più comodi.
Forse merito di essere criticato. Lo sono, stasera, da me stesso.
Congedo
Quattro battaglie. Sant’Elia l’abbiamo vinta a metà: le case salve, il quartiere nuovo sbagliato. Stampace l’abbiamo vinta, e nessuno se ne ricorda. Arturo e Balducci non hanno vinto niente, se si guarda alla Chiesa di allora. Eppure nel 2013 è arrivato un papa che veniva dall’America Latina, che parlava ai poveri e agli operai, che è venuto qui a Cagliari e ha usato la parola «lotta». Con cinquant’anni di ritardo, le loro parole erano arrivate in cima.
E la pace? La pace è la battaglia che non finisce. Basta guardare questo mare, il nostro Golfo degli Angeli, diventato un cimitero per chi cerca di attraversarlo.
Ho imparato che queste lotte lasciano un segno profondo in chi le vive davvero. Ma non cambiano il mondo nel tempo breve. Bisogna saperlo. E farle lo stesso.
Della politica non ho fatto un mestiere. Sono stato un uomo che ha creduto che il diritto, la fede e la città fossero la stessa cosa vista da tre finestre.
Ci ho creduto al punto che è stato naturale per me concentrarmi anche dal punto di vista giuridico rimanendo fedele ai valori della Costituzione e in particolare alla partecipazione, a quelle forme di democrazia che dal basso sa costruire dialogo tra istituzioni e cittadini, soprattutto avendo cura dei più deboli, sapendo gestire i conflitti. Buonanotte. Mi chiamo Umberto Allegretti. E questa, almeno in parte, è stata anche la vostra città. Grazie di avermi ascoltato.
6 Giovanni Allegretti
7 Teresa Crespellani

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