Impegnati per il NO.
ARTISTI PER IL NO Domani, martedì 29 novembre 2016, per il NO nel referendum costituzionale.
- La pagina fb dell’evento.
ARTISTI PER IL NO Domani, martedì 29 novembre 2016, per il NO nel referendum costituzionale.
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Cari amici,
“Uccideremo anche lui”, ha detto Israele: mai programma di governo è stato espresso in modo più succinto e brutale. “Non durerà a lungo” ha confermato Trump. Così Israele e la Casa Bianca hanno salutato il nome del successore di Khamenei, come a dire che la macelleria da Premio Nobel installata in Iran continuerà a lavorare a pieno regime (il “regime change”, come viene chiamato) passando di padre in figlio fino a estirpare l’ultimo nemico.
Dai fiumi di Babilonia fino al mare, dal Libano a Gaza, popoli interi sono straziati ed in fuga, “con il piede straniero sopra il cuore”; nella terra dove secondo le promesse messianiche doveva scorrere latte e miele, il vino è tramutato in sangue e questo discende a torrenti da tutte le croci; le religioni sono gettate nell’agone: l’ebraismo, questo istinto di Dio messo nel cuore dell’umanità, è mistificato e oltraggiato dall’uso che ne fa il governo di Tel Aviv; l’imposizione delle mani sul satrapo di Dio nella cerimonia blasfema della Casa Bianca dileggia l’evangelismo americano e rovescia in farsa i riti di iniziazione di tutte le liturgie; l’Islam è provocato a riprendere in mano la spada del Profeta e a scatenare la violenza.
La guerra, questa costante serissima e tragica che ha percorso tutta la storia, mentre infierisce sugli innocenti è ridotta a spettacolo hollywoodiano; come ha deprecato l’arcivescovo di Chicago, è mostrata dalla “White House” come un video-gioco “disgustoso” e sprezzante della sofferenza umana, per di più gestita da una Intelligenza non più umana.
E tutto ciò accade dopo il buco nero che si è aperto sotto la superfice rispettabile dell’America e dell’Occidente, che è il caso Epstein, che spiega più cose di quante ne nasconda.
Dopo tanto riflettere e combattere come abbiamo fatto su guerra e pace, su diritto e politica, ci sembra ora quasi che non sia più tempo di analisi, ma solo di partecipazione e dolore, mentre resta l’umiliazione di essere coinvolti in un mondo che non insorge, che non protesta quanto dovrebbe.
Un’umiliazione ancora maggiore in Italia, che non ha trovato nel suo governo parole che fossero all’altezza della gravità dell’ora, che rivelassero l’averne coscienza; il politicismo del dire e non dire, del farsi complici e insieme notai della fine del diritto, di parlare e nascondersi, di vantarsi dell’ovvietà che l’Italia non entra nella guerra, ha tolto ogni dignità alla figura dell’Italia sulla scena internazionale. Anche l’espediente polemico usato nel tentativo di coprire l’amico americano non ha retto: evocare l’impresa di Putin in Ucraina per legittimare la negazione trumpiana del diritto non ha alcun senso: non perché c’era stato il caso Dreyfus in Francia Hitler poteva massacrare sei milioni di Ebrei, e a voler risalire indietro nelle aggressioni, a giustificazione delle attuali, si può arrivare fino ad Atene e Sparta. Il mito della Meloni statista e presente sulla scena internazionale è caduto alla prova del confronto con i crimini congiunti di Netanyahu e Trump; una carriera politica giunge alla fine non a causa della irrilevanza attribuita all’Italia nella crisi, come l’opposizione ripete, ma sulla incapacità di chi governa l’Italia di esprimerne al meglio lo sdegno per le sofferenze arrecate agli altri popoli e la volontà di rivendicare giustizia e diritto. Per questo la Meloni perderà il referendum.
Nel sito di Prima Loro pubblichiamo un articolo sui rischi per Trump della guerra contro l’Iran [anche su #aladinpensiero, di seguito] e un appello della figlia di Gheddafi a non dimenticare l’uccisione del padre.
Con i più cordiali saluti,
da “Prima Loro” (Raniero La Valle).
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LA CRISI IN MEDIO ORIENTE
I rischi per Trump
Marzo 9, 2026
L’aggressione all’Iran potrebbe rivelarsi controproducente per il leader americano e mettere a rischio il consenso dei suoi seguaci e la stessa tenuta della MAGA
di Uriel Araujo
Le conseguenze dei recenti attacchi congiunti USA – Israele contro l’Iran non hanno portato alcun sollievo, né dal punto di vista americano né da quello israeliano. La risposta di Teheran è stata energica e coordinata: sono state colpite basi militari americane in Iraq, Siria e nel Golfo Persico, con immagini di piste di atterraggio danneggiate e infrastrutture distrutte che hanno circolato ampiamente, mentre lo stesso Stato ebraico ha subito attacchi senza precedenti a Tel Aviv e in altri centri urbani. Questa è, infatti, la prima volta in decenni che il centro di Israele subisce una punizione così prolungata, sebbene la Guerra dei Dodici Giorni del 2025 lo avesse già preannunciato.
Sul campo, le conseguenze sono piuttosto gravi. È vero che la Repubblica Islamica stessa ha subito pesanti perdite e danni significativi alle sue infrastrutture a causa degli attacchi congiunti USA-Israele: centinaia di persone sono state uccise in oltre 150 città, con un bilancio totale di vittime che si avvicina a 800 e in aumento (e molti altri feriti). Inoltre, sono state colpite installazioni militari e civili, tra cui centri di comando e controllo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, basi missilistiche e installazioni di difesa aerea, nonché la sede della Radio e Televisione della Repubblica Islamica e gli ingressi della sua centrale nucleare di Natanz.
D’altro canto, i contrattacchi iraniani sono stati piuttosto impressionanti: le basi americane in tutto il Medio Oriente (in paesi come Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti) hanno subito ingenti danni e soldati americani sono stati uccisi. Anche l’ambasciata statunitense in Arabia Saudita è stata colpita da droni iraniani, così come la base della CIA nel paese. Nel frattempo, i missili iraniani stanno colpendo il centro di Israele, con i residenti che cercano rifugio nei rifugi. E così si sgretola la rapida “vittoria” americana promessa da Trump con il suo tipico stile arrogante.
A livello regionale, la guerra sta destabilizzando le monarchie del Golfo, aumentando il rischio di flussi di rifugiati e creando un caos ancora maggiore.
Nel giugno 2025, ho sostenuto che l’ingresso degli Stati Uniti in una guerra tra Iran e Israele sarebbe stato disastroso per Trump, sia politicamente che economicamente, e questa opinione rimane valida. Un’interruzione dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa il 20% del petrolio mondiale, potrebbe far salire i prezzi a 100-150 dollari, spingendo i costi della benzina statunitense a livelli tossici. Essere un esportatore netto non protegge gli Stati Uniti dagli shock globali, che alimenterebbero l’inflazione, sarebbero in conflitto con i dazi di Trump e avrebbero un impatto sui consumatori, proprio come i prezzi della benzina hanno contribuito da soli al calo di popolarità di Biden nel 2022.
Questo shock esterno si aggiunge alla fragilità interna. Come avevo già avvertito nel giugno 2025, la superpotenza americana stava già affrontando proteste, violenza e una profonda polarizzazione etnico-politica. Una guerra con la nazione persiana dovrebbe quindi rivelarsi la trappola definitiva. E questa trappola è stata innescata: una guerra in Medio Oriente consuma risorse, radicalizza l’opposizione interna e accelera il deterioramento istituzionale.
C’è anche la scomoda questione delle motivazioni, che potrebbe portare un cinico a etichettarla come ”Operazione Epstein “. Il 5 giugno 2025, Elon Musk dichiarò pubblicamente che Trump appariva negli ormai famigerati file Epstein. Circa due settimane dopo, il 22 giugno, Trump ordinò attacchi contro gli impianti nucleari iraniani, innescando la cosiddetta Guerra dei Dodici Giorni. Poi, il 30 gennaio 2026, fu pubblicata una nuova serie di documenti relativi a Epstein, che coinvolgevano personaggi come Bill Clinton, il principe Andrea e lo stesso Trump. Quattro settimane dopo, il 28 febbraio 2026, Washington attaccò nuovamente l’Iran, in collaborazione con Israele. Lo schema e la tempistica sono, come minimo, interessanti.
Di recente, il Segretario di Stato Marco Rubio ha ammesso, in pratica, che Israele ha sostanzialmente trascinato gli Stati Uniti nei bombardamenti sull’Iran: “Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana, sapevamo che avrebbe scatenato un attacco contro le forze americane”. Durante la sua lunga “guerra segreta” con la nazione persiana, Tel Aviv ha, di fatto, cercato di trascinare Washington in una guerra con Teheran almeno dagli anni ’90. È interessante notare che nel 1997, Benjamin Netanyahu avrebbe tentato di ricattare Hillary Clinton con presunte registrazioni di Lewinsky relative al caso di spionaggio israeliano Pollard. Non c’è da stupirsi che gli analisti ora speculino sull’influenza e la coercizione dietro le attuali decisioni, dati i legami del caso Epstein con lo spionaggio e il ricatto.
In ogni caso, anche le istituzioni consolidate riconoscono i rischi dell’operazione in corso. Un’analisi del Council on Foreign Relations ha avvertito che attacchi massicci tra Stati Uniti e Israele potrebbero essere controproducenti. Altri analisti osservano che Trump non ha una teoria coerente della vittoria, mentre l’Atlantic Council e lo Stimson Center esprimono preoccupazione per l’escalation del conflitto e la perdita di credibilità. Gli esperti dell’ECFR, a loro volta, sottolineano obiettivi poco chiari, scarso sostegno pubblico e la contraddizione con le promesse di Trump contro la “guerra infinita”.
Inoltre, l’errore di calcolo americano più catastrofico potrebbe essere stato simbolico, derivante dalla mancanza di comprensione delle nozioni mistiche sciite sul martirio: in particolare, l’assassinio del supremo leader religioso iraniano, Khamenei, ha trasformato un attacco di “decapitazione della leadership” in un mito di mobilitazione. I fedeli in lutto in Iran, Iraq e Kashmir stanno inquadrando la sua morte attraverso la lente di Karbala e Ashura, mentre alzano bandiere rosse (letteralmente) in moschee come Jamkaran e scandiscono slogan che fondono nazionalismo e temi religiosi sciiti.
L’esperto Sayid Marcos Tenorio sostiene che, con l’assassinio, la Guida Suprema Ayatollah ha smesso di essere “solo il leader di una rivoluzione” ed è diventata “parte della sua sacra memoria”. In altre parole, ciò ha rafforzato, non indebolito, la legittimità di Teheran (considerando che le proteste sostenute dall’Occidente stavano guadagnando slancio in un Paese piuttosto diviso). La dura verità è che la decisione di Trump di unirsi alla guerra di Israele contro l’Iran non rappresenta una dimostrazione di forza, ma piuttosto la fine effettiva del ”MAGA” come progetto di governo ”America First”. In questo contesto, convergono reazioni economiche, disordini interni, caos regionale ed eccessi strategici. La trappola neoconservatrice è chiusa (probabilmente anche a causa delle pressioni nel settore della difesa) e i costi non si limiteranno al Medio Oriente: si riverbereranno sui mercati, sulle alleanze e su un’America già sufficientemente indebolita da avere difficoltà a gestire le onde d’urto.
* Uriel Araujo, dottore di ricerca in antropologia, scienziato sociale specializzato in conflitti etnici e religiosi, con approfondite ricerche sulle dinamiche geopolitiche e sulle interazioni culturali; dall’Istituto Humanitas Unisinos
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Dotare l’ONU di una Costituzione Globale
Tante e tanti hanno già firmato l’appello, non aspettare, fallo anche tu.
CT
L’appello nasce da un’iniziativa dei circoli toscani di Costituente Terra. E’ stata promossa il 4 febbraio da oltre 200 firmatari e firmatarie locali e lanciata sulla piattaforma change.org per la raccolta di firme on line, e siamo a oltre 400.
Per i dettagli e la firma, leggi qui: https://www.change.org/p/dotare-l-onu-di-una-costituzione-globale?recruited_by_id=cca22f60-01b7-11f1-9655-9755b79fbf75&utm_source=share_pet
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