America, America

1280px-liberty-statue-from-below IL DOPO TRUMP E UNO SGUARDO AL FUTURO
di Marino de Medici
Il 14 Dicembre, le riunioni dello Electoral College nelle capitali
degli stati metteranno fine alla invereconda campagna di Donald Trump per ribaltare il risultato delle elezioni del 3 Novembre e complicare l’assunzione del potere da parte del presidente Joseph Biden. Fino all’ultimo, Trump getterà sabbia negli ingranaggi della successione presidenziale generando un senso generale di sconcerto e profonda preoccupazione per le iniziative che Trump minaccia di prendere da qui al 20 Gennaio. La presente crisi comunque è quella della delegittimazione del presidente eletto da parte di quello uscente, che pur avendo registrato rovesci legali lascia trapelare l’intento di portare la controversia alla Corte Suprema. [segue] Il negazionismo di Trump ormai mette in apprensione non pochi esponenti repubblicani del Congresso che hanno finalmente sentito il dovere di far sapere al presidente di essere stanchi del suo irrazionale ostruzionismo. Da parte sua, l’opinione pubblica, o almeno quella parte di essa che non è succube del mito trumpiano, ha preso atto dei roventi rigetti dei magistrati ai ricorsi degli avvocati di Trump. Di fatto, sugli appelli ancorati a frodi elettorali inesistenti è scesa una pietra tombale, ma Trump aspetterà il verdetto ufficiale del Collegio Elettorale prima di accettare formalmente l’elezione di Biden.
Questa strategia è dovuta non tanto all’intenzione di avversare fino all’ultimo l’inaugurazione di Biden come pura vendetta quanto al disegno di incamerare donazioni da parte dei suoi fanatici sostenitori atte a mantenere in piedi una certa immagine presidenziale ed a lenire in tal modo l’onta della sconfitta.

Chi conosce le basi costituzionali e il funzionamento del sistema politico americano sa che la dinamica dei prossimi mesi ed anni non consentirà al presidente uscente di mantenere una presenza tale da influenzare pesantemente la condotta della nuova amministrazione ed in particolare l‘evoluzione del partito repubblicano. Trump è stato il presidente più divisivo del tempo moderno; ha trasformato il partito GOP sulla base di un’ideologia portata a sovvertire e non a costruire, instaurando il protezionismo commerciale, il sostanziale blocco dell’immigrazione e un insolente distacco dalle istituzioni multilaterali. Realisticamente, non si può dire che gli elettori repubblicani siano disposti ad abbandonare un leader altamente popolare che ha riscosso 74 milioni di voti. I rilevamenti demoscopici all’indomani delle elezioni testimoniano che Trump gode tuttora dell’appoggio del 91 per cento dei repubblicani e che in particolare l’88 per cento approva la sua condotta presidenziale. Resta comunque il fatto che Donald Trump è stato sonoramente battuto da Biden, che ha riportato sei milioni di voti in più ed è prevalso con quattro punti di percentuale.

La futura direzione del partito repubblicano è fortemente condizionata dall’influenza che Trump potrà esercitare da privato cittadino. Alcuni politologi ipotizzano che Trump lancerà una nuova candidatura alle presidenziali del 2014 proprio per mantenere alta la sua presenza e di pari passo la sua influenza.
Sarebbe anche un importante veicolo finanziario del quale Trump avrà bisogno per far fronte ad una montagna di debiti. Non meno determinante sarà la strategia di quei senatori repubblicani con forti ambizioni presidenziali.
Un’ipotesi che circola tra i politologi di Washington è che di pari passo con lo scadere dell’influenza di Donald Trump il partito repubblicano tornerà ad assumere i contorni del partito conservatore che è sempre stato. L’ortodossia GOP è da sempre fondata sul contenimento del deficit di bilancio e sul ridimensionamento dei programmi assistenziali, i cosiddetti “entitlements”. Ciò comporta una sostanziale riforma della spesa federale che durante l’amministrazione Trump ha registrato un debito che sopravanza il valore dell’intera economia americana. Una delle ragioni che militano a favore di una tale riforma è che il partito repubblicano ha subito notevoli perdite nella suburbia, che si è rivelata decisiva nella vittoria del candidato democratico. Di certo, continuerà ad esserlo nel futuro. Per contro, non sarò facile per i giovani leoni del GOP uscire dal fervente seminato del nazionalismo di America First che ha dato estesi frutti nella grande maggioranza delle contee rurali d’America.

Il campo in cui sono maggiori i timori delle conseguenze che potrebbero avere i pericolosi impulsi di Trump e’ quello della politica estera. Il presidente ha intensificato il conflitto con l’Iran al punto da discutere con il Dipartimento della Difesa uno “strike” contro le centrali nucleari dell’Iran. E’ stato dissuaso dal farlo dallo Stato Maggiore della Difesa ma sulla crisi pesa l’ombra lunga di Israele che si e’ affrettata ad agire, con un attentato attribuito alla Mossad, che in pratica impedira’ a Biden di intavolare trattative per un nuovo
accordo con l’Iran sulla falsariga di quello del 2015 negoziato da Obama. Per quanto riguarda la Cina, e’ ormai manifesta la provocazione di Trump che nell’imminenza del trapasso dei poteri sembra intenzionato a varare misure punitive anti-Cina nel settore commerciale ed a stringere rapporti piu’ stretti con Taiwan, uno sviluppo che sarebbe anatema per Pechino. In parole povere, il presidente uscente sembra intenzionato ad attuare misure che Biden non potra’ facilmente disfare.

Va infine registrato che il presidente Biden ha fatto le prime importanti mosse proprio nel campo della politica estera, affidandosi ad un manipolo di ex consiglieri con decenni di esperienza. Cio’ segnala quella che sara’ la sua piu’ alta priorita’, quella di riparare e rinvigorire le alleanze globali decimate dalla ideologia di “America First”. Il nuovo segretario di stato, Antony Blinken, e’ un internazionalista per antonomasia. E’ scontato che quanto prima l’amministrazione Biden rientrera’ nell’accordo di Parigi per il clima e nell’Organizzazione Mondiale della Sanita’. Quanto alla politica di sicurezza nazionale, il principio al quale si ispirera’ Biden e’ quello avanzato da molti consiglieri, tra i quali l’ex segretario alla difesa Mattis, secondo cui l’America non può proteggere se stessa ed i suoi interessi senza il concorso di alleati e Paesi amici.

In ultima analisi, la prova fondamentale che attende Joe Biden alla Casa Bianca e’ quella della sua leadership agli occhi di milioni di americani che soffrono sotto l’imperversare del Covid-19. I centri di distribuzione di cibo con automobili in attesa per chilometri, gli ospedali a rischio di saturazione di posti letto e personale sanitario, il grido di dolore di quanti non riescono neppure a dare l’ultimo saluto ai loro cari, questi ed altri drammi dell’America contemporanea denunciano il fatto che il presidente in carica ha abdicato alla sua responsabilita’ dinanzi alla nazione. Sono almeno cinquanta milioni gli americani afflitti dalla “insicurezza alimentare”. In altre parole, hanno fame. Sfamarli e rincuorarli è l’obbligo che investe la leadership del nuovo presidente. Mentre Trump gioca a golf, molti americani vedono arrivare il giorno in cui cesseranno gli assegni con i benefici per la disoccupazione. Cio’ avverra’ il 26 Dicembre quando cesseranno i sussidi ai 7.300.000 lavoratori indipendenti che non godono di assegni di disoccupazione nei loro stati. ll Congresso e’ in vacanza ed i suoi leader appaiono incapaci di concludere un pacchetto legislativo di soccorso ad affamati, disoccupati e infermi nel Paese noto al mondo per la sua ricchezza. Ci vorrebbe un nuovo Franklin Delano Roosevelt. Potrà divenirlo Joseph Biden?

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