La “sharing economy” in Sardegna. Possibile modello economico o una moda destinata a sparire?

ape-su-stampace-IMG_4697di Fabrizio Palazzari
La “sharing economy” si traduce con “economia della condivisione” o della “collaborazione”. E’ un’espressione che, soprattutto in Italia, richiama esperienze di lunga tradizione, dal mutualismo alle cooperative fino alle imprese sociali. Si propone come un nuovo modello economico, capace di rispondere alle sfide della crisi e di promuovere forme di consumo più consapevoli basate sul riuso invece che sull’acquisto e sull’accesso e la condivisione piuttosto che sulla proprietà esclusiva.
In tempi recenti ha goduto di un improvviso successo grazie all’effetto concomitante di due fattori: da un lato lo sviluppo dei social network facilitato dalla diffusione di internet in mobilità; dall’altro la crisi che, con la riduzione del potere di acquisto, ha aumentato la sensibilità delle persone verso nuove forme di “consumo” e di abbattimento delle spese in moneta corrente.
Come di norma accade ai fenomeni che godono di improvviso successo, è facile trovare all’interno della stessa definizione delle pratiche spesso molto diverse tra loro. Crescono i servizi collaborativi digitali ossia quei servizi “peer to peer” che mettono in contatto le persone e che utilizzano la tecnologia. Per esempio per condividere la casa o una stanza, un passaggio in auto, gli oggetti, il tempo o per prestare il proprio denaro attraverso una delle numerose piattaforme di crowdfunding (raccolta di fondi).
In Italia, lo rivela uno studio Duepuntozero DOXA, il 13% della popolazione ha preso parte almeno una volta all’economia collaborativa. Per un confronto, negli Stati Uniti il 52 % delle persone hanno scambiato o prestato dei beni, mentre in Inghilterra si arriva al 64%. Secondo una ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano abbiamo ad oggi circa 160 piattaforme di scambio e condivisione e circa 40 esperienze di autoproduzione. Dal 2011 a oggi i numeri sono più che triplicati, in particolare nell’ambito del turismo, dei trasporti, delle energie, dell’alimentazione e del design.
Da questo quadro, sebbene non esaustivo, si evince come la crisi economica e la tecnologia digitale stiano cambiando il modo di interagire delle persone. E’ difficile conoscere sin da adesso se questi cambiamenti saranno permanenti o se si ritornerà alla situazione precedente, e quindi al prevalere del desiderio di possesso in esclusività. In ogni modo, il perpetuarsi della crisi stessa e la sensazione che non si tratti di un evento ciclico e di sistema ma di un mutamento profondo dello stesso, portano a pensare che questi cambiamenti avranno comunque effetti di lunga durata.
Tutto questo dovrebbe, a mio avviso, entrare a far parte anche del dibattito interno alla nostra regione sul modello (o sui modelli) di sviluppo economico da perseguire e, conseguentemente, sulla nostra capacità di articolare delle politiche in grado di dare risposte concrete alle domande sempre più complesse e urgenti della società sarda.
Innanzitutto, ci si dovrebbe chiedere quanto questi modelli siano legati alla crisi oppure rispondano a un ripensamento più strutturale dei rapporti tra economia e società. In secondo luogo, se questo dovesse essere il caso, gli interrogativi da porci sarebbero molteplici. Per esempio: disoccupazione, emigrazione, invecchiamento della popolazione e spopolamento sono problemi che potrebbero essere mitigati grazie alla diffusione dell’economia “collaborativa”? Che ruolo attribuire al pubblico e alla Regione in questo scenario? Quello di solo regolatore o anche quello di attore, investitore e animatore di iniziative? E ancora, come affrontare il rapporto tra distruzione di valore nei settori tradizionali e creazione di nuovo valore (l’ambito in cui questa ambivalenza si sta ponendo in forma evidente è, ad esempio, quello dei servizi di ospitalità in forma “condivisa”, che se da una parte stanno mettendo in difficoltà il comparto alberghiero, dall’altra incidono positivamente sui consumi culturali e la ristorazione)?
Diverse esperienze internazionali ci vengono in aiuto. Per la loro tendenza a essere facilmente replicabili anche in altri contesti, non dovremmo tralasciare quanto sta per esempio avvenendo in Ecuador con il progetto per la creazione di una “società della conoscenza libera e aperta” (www.floksociety.org) o in Uruguay con il progetto “C3” (www.c3uruguay.com.uy), per la creazione di un “Circuito di Credito Commerciale” per le micro, piccole e medie imprese uruguaiane.
E la Sardegna cosa ha da offrire? In realtà per secoli varie forme di “economia condivisa” hanno caratterizzato il sistema economico pre-moderno delle nostre comunità. Il cosiddetto “aggiudu torrau”, ovvero “l’aiuto reciproco”, altro non era se non una forma di “sharing economy” tra persone. Inoltre, sono stati diversi gli intellettuali sardi che, come Eliseo Spiga nel “Manifesto delle Comunità di Sardegna”, hanno elaborato delle proposte concrete per la costruzione di un nuovo paradigma, culturale ed economico, basato sulla collaborazione e la solidarietà. Lo stesso tipo di paradigma che, nel 1958, fu tra i principi alla base dell’accordo tra il Movimento Comunità di Adriano Olivetti e il Partito Sardo d’Azione.
In altri termini anche una crisi profonda come quella che stiamo vivendo può essere un’occasione per cambiare. Orientarsi al recupero dei legami con il territorio, all’aumento della sua resilienza e alla necessità di un rinnovato sistema economico e finanziario che sia al servizio del bene comune, pone sicuramente i modelli basati sui principi dell’ economia di collaborazione come meritevoli di considerazione anche in Sardegna. Sia per la loro capacità di generare una domanda che altrimenti rimarrebbe latente e inespressa, che per il loro stimolo alla creazione di nuove iniziative d’impresa.
Anche in assenza di un intervento pubblico dall’alto questo processo, per la naturale tendenza di questi modelli verso la decentralizzazione, potrebbe comunque partire dal basso. In questo caso un ruolo di primo piano potrà essere svolto dai Comuni, a patto però che ci siano degli attori politici capaci di farsene carico.
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Sardegna-bomeluzo22
* L’articolo di Fabrizio Palazzari viene pubblicato anche sui siti di FondazioneSardinia, Vitobiolchini, Tramasdeamistade, Madrigopolis, Sportello Formaparis, Tottusinpari e sui blog EnricoLobina e RobertoSerra, SardegnaSoprattutto.
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innovazione palle rotanti
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Approfondimento consigliato: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/02/17/news/le_comuni_delle_nonne-78814411/
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ape su sardegna

One Response to La “sharing economy” in Sardegna. Possibile modello economico o una moda destinata a sparire?

  1. admin scrive:

    Da Libertàgiustizia
    LeG Torino
    La democrazia dal basso di Adriano Olivetti

    7 marzo 2014
    Francesco Pallante

    Il pensiero di Adriano Olivetti – le sue origini, il suo significato, la sua attualità – è stato al centro dell’incontro che si è tenuto lo scorso 4 marzo nella Sala grande del Circolo dei lettori di Torino, su iniziativa delle Edizioni di Comunità e del Circolo Libertà e Giustizia di Torino.
    Nell’occasione della pubblicazione del libro, contenente due discorsi di Olivetti, Le fabbriche di bene (Edizioni di Comunità, 2014), un vasto pubblico ha assistito per quasi due ore all’intensa discussione, condotta da Melina Decaro della Fondazione Adriano Olivetti, tra Lorenzo Sacconi, Professore di etica economia e reseponsabilità sociale dell’impresa nell’Università di Trento, e Gustavo Zagrebelsky, Presidente onorario di Libertà e Giustizia.
    Prendendo le mosse dalla crisi attuale, Sacconi ha messo in luce come l’idea di impresa dominante negli ultimi trent’anni – secondo la quale l’unico obiettivo che merita di essere perseguito è la massimizzazione, a qualsiasi costo, dell’interesse degli azionisti – sia oramai fallita. Lo strapotere della finanza sull’economia e le incredibili diseguaglianze sociali che ne sono derivate dimostrano l’illusorietà della tesi secondo cui il mercato produce ricchezza per tutti e deve quindi essere lasciato libero da vincoli di ogni genere. Gli investitori – come tutti gli essere umani – agiscono anche, ma certo non soltanto, sulla base della razionalità, sicché non c’è nessuna certezza che le loro azioni producano esiti positivi. C’è bisogno di una nuova idea di impresa e il pensiero di Olivetti può essere utilmente preso a riferimento, a partire dall’idea – centrale nella contemporanea nozione di impresa socialmente responsabile – che svolgere attività imprenditoriale significhi contrarre doveri nei confronti, oltre che degli azionisti, anche dei lavoratori, del territorio, della popolazione che lo abita, dell’ambiente naturale e culturale. A fianco all’irrinunciabile obiettivo dell’efficienza economica occorre porsi quello della ricerca del punto di equilibrio tra le contrastanti esigenze di tutti tali “soggetti” (per esempio pensando a un modello di proprietà diffusa). Con la consapevolezza che tutto ciò non deve tradursi in un vincolo insuperabile per quei singoli membri della comunità che non dovessero condividere l’idea comune di bene.
    Spostando il discorso dal piano economico a quello giuridico, Zagrebelsky ha evidenziato come la Costituzione contenga eco del pensiero olivettiano, anche se, più che per influenza diretta, soprattutto per via del fiorire, negli anni della Costituente, di un filone di pensiero che riponeva poca fiducia nello Stato nazionale – considerato responsabile dei due conflitti mondiali – e cercava forme di aggregazione sociale alternative, di impronta federalistica, sia verso l’alto (Manifesto di Ventotene), sia verso il basso (Carta di Chivasso, progetti costituzionali di Duccio Galimberti e Silvio Trentin). L’idea di un ordine sociale proveniente, in prima istanza dal basso, è caratteristica della stessa pratica di Olivetti, che ha agito realizzando la “fabbrica di bene” ancor prima di teorizzarla. La storia italiana ha, poi, preso una strada diversa, riservando un ruolo centrale proprio a quei partiti che Olivetti avrebbe voluto eliminare, per timore che attraverso di essi potesse ricostruirsi la temuta sovranità statale. Sconfitto nella pratica, il pensiero di Olivetti sopravvive, tuttavia, sul piano ideale, specie per la sua capacità di tenere assieme cose diverse (democrazia e comunità, gruppo e singoli). Olivetti pensava all’impresa come a un’entità non esclusivamente economica: nella sua fabbrica, a fianco agli operai, c’erano sociologi, letterati, urbanisti. C’era il lavoro, e c’erano biblioteche, cinema, servizi sociali. C’era l’idea che il lavoro dovesse essere solo una parte della vita e che la comunità lavorativa dovesse occuparsi anche della restante parte. A coronamento del suo ideale, la stessa comunità avrebbe dovuto diventare proprietaria della fabbrica, grazie alla creazione di una fondazione rivolta al perseguimento del bene comune. Difficile dire quanto oggi sarebbe realizzabile delle idee dell’imprenditore eporediese. Di certo, però, la storia insegna che quando crollano i grandi imperi, le alternative nascono sempre dal basso. Proprio come immaginava Olivetti.

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