Lavoro e prospettive di cambiamento

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Lavoro e prospettive di cambiamento

Relazione di Fernando Codonesu del Comitato di Iniziativa Costituzionale Statutaria

Premessa

Il tema del lavoro è ormai diventato argomento di analisi, discussione e proposta in ambiti diversi, come è giusto che sia trattandosi di un problema che caratterizza l’intera vita degli esseri umani.
Nella storia vi sono stati spesso periodi di grandi trasformazioni nel mondo del lavoro, salutate ed analizzate a più riprese, nel tempo, come “svolte epocali”.
E’ accaduto nel passato remoto, nel passato prossimo, accade ora, accadrà domani.
Sul tema del lavoro e sulle tecnologie che lo hanno via via informato nel corso del tempo si sono espresse figure autorevoli e di provenienza diversa, così come tanta, tantissima gente comune che col lavoro si è sempre misurata quale fonte di sostentamento e di sopravvivenza, raramente di sviluppo e autorealizzazione personale e collettiva. Tra le figure autorevoli si possono citare filosofi, storici, letterati, scrittori, religiosi, nobili, borghesi, politici, scienziati, musicisti, artisti, professionisti, economisti, sociologi, psicologi, antropologi e oggi tecnologi, futurologi e chi più ne ha, più ne metta.
Tra la gente comune possiamo annoverare rappresentanti di ogni categoria produttiva, siano essi appartenenti ai lavori legati alla terra che, per semplicità, schematizziamo con il settore agroalimentare inteso in senso lato, che ai lavori legati al mondo dell’estrazione e trasformazione delle materie prime, al settore manifatturiero, alla commercializzazione di ogni tipo di prodotto e ai lavori presenti a tutte le latitudini e con variabile intensità nella società odierna derivanti dalla cultura immateriale, ovvero tutti i lavori della nostra era postindustriale: il mondo dell’informazione e delle telecomunicazioni, della tecnologia digitale nel suo complesso, il mondo delle banche e della finanza, quel mondo che oggi rappresenta la parte preponderante della ricchezza delle nazioni, delle multinazionali e, in generale, di quel 10% della popolazione mondiale a cui viene ascritta la proprietà di circa l’80% delle risorse economiche e finanziarie del mondo.
Nel mondo 8 uomini, da soli, posseggono 426 miliardi di dollari, la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta, ossia 3,6 miliardi di persone.
L’attuale sistema economico favorisce l’accumulo di risorse nelle mani di una élite super privilegiata ai danni dei più poveri, in maggioranza donne. E l’Italia non fa eccezione se, stando ai dati del 2016, l’1% più facoltoso della popolazione ha nelle mani il 25% della ricchezza nazionale netta.
Va riconosciuto che parlare del lavoro in un contesto del genere, con in più il compito di introdurre un convegno sul tema, un convegno che non intende limitarsi all’analisi ma ambisce anche ad indicare qualche percorso concreto per creare occupazione, seppure circoscritto alla regione in cui viviamo, la Sardegna, è molto difficile.
Il tema del lavoro è così importante e pervasivo di ogni strato sociale e di ogni famiglia, a tutte le latitudini del pianeta, che ogni punto di vista va ascoltato, valutato e tenuto presente quando si intende fare delle proposte operative. Soprattutto i decisori politici, ma specialmente una classe dirigente degna di questo nome, dovrebbe avere un atteggiamento di ascolto e di rispetto della molteplicità dei punti di vista che si misurano sul tema.
Nel corso della storia il lavoro è stato visto in vari modi dall’uomo: da maledizione per essere stati scacciati dal paradiso terrestre e costretti a guadagnare il pane “col sudore della fronte”, fino al lavoro visto come fonte di “dignità” per l’essere umano. E il lavoro, si sa, nel corso del tempo è diventato diritto al lavoro, variamente declinato nelle diverse epoche storiche a cominciare dal primo periodo degli insediamenti rilevanti di esseri umani in alcune zone della Terra con la nascita dell’agricoltura che coincide con la fine dell’ultima glaciazione circa 10.000 anni fa, passando per la nascita delle grandi religioni, il medioevo, la rivoluzione industriale con le grandi invenzioni e scoperte del vapore e dell’energia elettrica e l’attuale società dell’informazione.
In questi lunghi periodi storici si è creata la cultura materiale e immateriale che oggi conosciamo e sono nati e si sono sviluppati i concetti di libertà, benessere, sviluppo, crescita e felicità, spesso accompagnando a tali concetti, specialmente negli ultimi secoli, una specifica legislazione di supporto.
Si può affermare senza alcun dubbio che il lavoro umano ha creato il periodo di maggiore espansione del progresso del mondo.
Si può anche affermare che il periodo in cui viviamo, l’antropocene, con particolare riferimento agli ultimi tre secoli, è caratterizzato dalla più vasta distruzione degli ecosistemi esistenti sul pianeta.
Il pianeta Terra ha 4,6 miliardi di anni. Se riduciamo in scala temporale tale tempo a 46 anni, la rivoluzione industriale convenzionalmente iniziata nel 1760, appena 257 anni fa, è iniziata da poco più di un minuto , ma nel frattempo l’Homo Sapiens è riuscito a cancellare totalmente oltre il 50% degli ecosistemi terrestri creatisi nei periodi precedenti e a modificare quasi tutto il resto: appena il 3% degli ecosistemi originari è ancora intatto.
La conseguenza di tutto questo è il cambiamento climatico che osserviamo come sempre più evidente al punto che le Nazioni Unite stimano una migrazione di 200 milioni di persone entro il 2050 per motivazioni climatiche .
E a proposito delle migrazioni e dei migranti, osserviamo che la diffusione della nostra specie in tutti i luoghi del pianeta è il risultato di millenni di migrazioni climatiche, in estrema sintesi siamo tutti migranti nel tempo e nello spazio.

Il risultato di questa distruzione ambientale sistematica è dovuto agli appetiti senza fine dell’homo sapiens sulla terra al punto che accadimenti estremamente improbabili appena qualche decennio fa, sono oggi non solo possibili, ma certi, continui e via via più intensi e distruttivi.
Alluvioni, la tropicalizzazione del mediterraneo, la desertificazione di grandi superfici del pianeta, l’ingressione di acqua marina nelle foci dei fiumi, tifoni, tzunami, uragani, ne sono la dimostrazione.
Il lavoro di oggi deve essere inquadrato nel tempo del cambiamento climatico, che avanza rapidamente e di cui pur rilevando l’evidenza anche sensoriale da decenni, continuiamo a sottovalutarne gli effetti, con quel che ne consegue in termini di necessità di mettere in sicurezza i territori urbani e rurali in cui vive l’uomo, a qualunque latitudine del pianeta, Sardegna compresa naturalmente.
Se un noto scrittore sardo ci ha ricordato che Passavamo sulla terra leggeri , oggi purtroppo bisogna riconoscere che l’antropocene ha affondato pesantemente i piedi nelle risorse del pianeta lasciando ferite così profonde che risulta estremamente difficile intraprendere un cammino virtuoso, come Stati e unione di popoli, per venirne fuori.
Anche questo è il frutto, questa volta avvelenato, del lavoro umano così come si è sviluppato nella storia.
A livello planetario, anche se noi siamo più coscienti e a conoscenza dei sintomi presenti nella sfera di casa, nazionale ed europea, si registra un diffuso disagio per il presente: la gente non ha fiducia e quindi oppone resistenza a un mondo superveloce, iper connesso e sempre più complesso, ma più che di resistenza oggi c’è bisogno di un mix sapiente di adattabilità e resilienza. Adattabilità che deriva dal modo in cui gli esseri viventi sono stati capaci nei millenni precedenti di vivere a tutte le latitudini. Adattabilità che aggiornata alla complessità del tempo presente deve trasformarsi in resilienza, ovvero in sistemi, imprese e un’organizzazione della società che siano proattive rispetto al cambiamento non solo assecondandone le azioni, rotture e svolte che si verificano nell’economia, nell’ambiente e nel costume sociale, ma che siano in grado di anticiparne le visioni, le idee, i progetti.

Lo sviluppo di metodi razionali di lavoro e le modificazioni della sua organizzazione sono stati alla base della generazione di ricchezza in diversi stati e luoghi del mondo e, in vari casi, alla nascita di nuove classi sociali che si sono imposte nella storia con nuove politiche distributive e la conseguente nascita di nuovi bisogni e altra ricchezza. Il paradosso della storia è che i periodi di grande sviluppo e di nuovo benessere, nonché di grandi ricchezze in poche mani e strati sociali, non sono nati per il soddisfacimento di bisogni di base degli esseri umani, bensì per il soddisfacimento di bisogni indotti, in altre parole è stata la nascita del “superfluo” che ha portato gli uomini a produrre di più, a moltiplicare gli investimenti nella produzione e soprattutto a moltiplicare i profitti e l’accumulazione di capitale.
Si diceva che stiamo parlando di un argomento difficile e complicato e per tali motivi è necessario tener conto dello sviluppo storico del lavoro con le sue diverse declinazioni, impostazioni e rielaborazioni culturali. Per tali motivi, ben vengano punti di vista diversi.

Per quanto ci riguarda, la posizione dell’ascolto dei vari punti di vista, (senza metterne alcuno al livello del noto “ipse dixit”), deriva anche da una semplice considerazione nota da oltre un secolo in Fisica, grazie ad Einstein, secondo la quale la stessa osservazione della materia cambia a seconda dell’osservatore. Così è, per esempio, per lo spazio e per il tempo, che notoriamente sono relativi. Se aggiungiamo l’insegnamento del principio di indeterminazione di Heisemberg e i fondamenti della meccanica quantistica che ci hanno fatto capire più in profondità la realtà intima della materia, al punto da farci dire con Carlo Rovelli che “La realtà non è come ci appare”, perché non accettare punti di vista diversi su un tema così importante come quello del lavoro che caratterizza da sempre l’essere umano?
E perché sulla base di tanti, significativi punti di vista diversi non provare a delineare un percorso o più percorsi virtuosi in grado di creare nuova occupazione, sviluppo e benessere?
Oggi stiamo vivendo una svolta epocale nell’organizzazione del lavoro a causa della rivoluzione cibernetica, ma è veramente tutto così nuovo o c’è continuità con analoghe rivoluzioni del passato?
E, se è così, perché non si fa mai tesoro della storia e ci si gira sempre dall’altra parte quando basterebbe poco per vivere al meglio il presente nelle continue trasformazioni che ci presenta in quanto è il presente che caratterizza il futuro prossimo e quello remoto di tutti gli esseri viventi, a partire dalla specie Homo Sapiens a cui apparteniamo?
Gli ultimi 50 anni di sviluppo sono stati caratterizzati dall’avvento delle tecnologie elettroniche, dell’informazione e delle comunicazioni. Non solo computer, ma reti, supercomputer e reti distribuite, robotica, intelligenza artificiale, reti neurali, nanotecnologie: un insieme di prodotti e servizi che rendono sempre più quello che si ipotizzava come futuro se non fantascienza, connaturato al presente. Il mondo dell’web, i social network, l’uberizzazione del lavoro, la mobilità low cost, la finanziarizzazione dell’economia hanno reso possibili servizi che hanno portato ad un nuovo paradigma della produzione di beni, ulteriori servizi, generazione di bisogni indotti e nuove forme di lavoro e di sfruttamento, come non si erano mai visti nel recente passato.
Domenico De Masi, nel suo ultimo libro, propone di lavorare gratis per lavorare tutti. Tale proposta è stata salutata da alcuni come una boutade e un’intelligente provocazione, ma possiamo vederci anche qualcos’altro, a partire dalla constatazione evidente che da tempo ormai, con un’accelerazione quasi esponenziale nell’ultimo decennio, lavoriamo gratuitamente per diversi soggetti, in qualche caso per alcune multinazionali, in altri per grandi aziende di trasporto note come low cost, per piattaforme informatiche non meglio identificate, per le banche, siano esse grandi, medie o piccole.
Quando utilizziamo l’home banking certo risparmiano tempo, ma su tutte le operazioni che facciamo da casa dedicando comunque il nostro tempo continuiamo a pagare fior di commissioni alla banca: la nostra è un’interazione con un sistema software e non con una persona fisica allo sportello, ma ci costa comunque.
Quando facciamo un biglietto aereo low-cost, pensiamo di risparmiare, ma se contiamo il nostro lavoro, la distanza degli aeroporti utilizzati che normalmente sono di tipo secondario, l’ulteriore tempo che si perde per arrivare a destinazione con ulteriori oneri, il fatto che il volo aereo si trasforma in un mercato di vendita di “gratta e vinci” se non di pentolame, alla fine paghiamo di più.
Quando siamo presenti nei social network giorno e notte, sempre connessi perché altrimenti non sembriamo sufficientemente “cool”, stiamo dando la nostra merce più preziosa ad altri. Stiamo dando i nostri dati, ma non solo, i nostri desideri, le nostre aspirazioni, i nostri sogni: ogni aspetto della nostra vita e delle nostre esistenze. Al riguardo c’è una scarsa attenzione se non nulla alle politiche sulla privacy di questi colossi del web: tutto ciò che noi facciamo diventa proprietà della piattaforma informatica. Post, fotografie, video, tutto ciò che affidiamo alla rete appartiene immediatamente al proprietario della piattaforma. Quando cancelliamo una foto, un post oppure ci si affida a piattaforme che cancellano automaticamente dopo un certo periodo di tempo quanto da noi postato, chi ci assicura che viene cancellato realmente?
In realtà lavoriamo gratuitamente giorno e notte per alimentare quello che oggi è il mercato più ricco del mondo: la miniera dei nostri dati che serve a predisporre profilazioni sempre più accurate perché ciò che conta è il cosiddetto A.R.P.U. (Average Revenue Per User). Da qui il fatto che ovunque ci si registri, di qualsiasi organizzazione, supermercato, banca o social network si faccia parte, cercano di rifilarci ogni tipo di prodotto, naturalmente superfluo perché è con il superfluo che l’economia ha fatto i più grandi balzi in avanti nella storia dello sviluppo.
Come orientarsi in questa confusa complessità?
Quale lavoro e quali lavori per i giovani e per gli uomini di oggi e di domani?
Si possono rimpiazzare i lavori che si perdono con le nuove tecnologie o una parte crescente della popolazione sarà sempre più espulsa dall’organizzazione del lavoro?
E’ possibile avere un reddito indipendentemente dalla situazione lavorativa?

Quali strumenti, quale organizzazione, quale formazione dobbiamo avere in questo mondo caratterizzato dalle relazioni, dai servizi e dai bit e non più dalla proprietà, dai beni e dagli atomi?
Il convegno intende porsi queste domande con l’obiettivo di fornire alcune risposte.
E se ragioniamo sul diritto del lavoro e sullo spostamento della ricchezza dal capitale alle classi lavoratrici e viceversa, come non osservare che se abbiamo avuto un periodo di circa 40 anni subito dopo la seconda guerra mondiale di redistribuzione della ricchezza a vantaggio delle classi lavoratrici con un miglioramento della salubrità dei luoghi di lavoro e dei diritti dei lavoratori, con l’irrompere della globalizzazione, del libero commercio, della finanziarizzazione dell’economia, dell’intervento massivo delle multinazionali dell’economia digitale, del pensiero unico determinato dal liberismo abbracciato, ahinoi!, anche da quelli che un tempo erano conosciuti come partiti di sinistra e da alcuni sindacati, i diritti dei lavoratori sono stati attaccati, dimezzati e in taluni casi letteralmente cancellati. Si è fatta passare la precarietà per la flessibilità. Si è precarizzata la vita di un’intera generazione a cui è stato sottratto il futuro e reso impossibile vivere il presente, e di questo si è fatto un racconto come un effetto della modernizzazione della società.
Oggi in tanti settori produttivi, nonostante la conclamata modernità, si hanno contratti di lavoro al limite della semi schiavitù.
E quanto allo spostamento della ricchezza, a partire dagli anni ‘90 del secolo scorso, si è avuto uno spostamento di ricchezza dal lavoro al capitale, dai poveri ai ricchi, con un aumento vertiginoso delle disuguaglianze come non si era mai registrato nella storia.
Anche questo è il frutto avvelenato dell’attuale sviluppo della società umana.
Per quanto riguarda l’organizzazione del convegno, è da questo quadro che è nata l’esigenza di organizzare fondamentalmente tre grandi temi di intervento:
- Il primo è l’economia sociale e solidale in quanto paradigma del periodo in cui viviamo, dove diventa sempre più forte l’esigenza di un’economia nota come terzo settore, caratterizzata dall’etica, dal riferimento ai valori umani e non al solo profitto; un’economia anche per gli ultimi, per gli strati sociali più marginali, fragili e indifesi, un’economia per tutta quella pluralità di servizi alla persona in ogni età della vita che vanno pensati, organizzati e gestiti.
- Il secondo è rappresentato dall’interrogativo sul futuro prossimo della Sardegna, con testimonianze dirette di alcuni attori dello sviluppo locale, che parleranno di filiere produttive, imprese, istituzioni, sindacati.
Abbiamo chiamato a testimoniare alcune esperienze significative che vengono svolte in quelle azioni ascrivibili alle politiche attive del lavoro, ma soprattutto abbiamo dato spazio a una parte di quella Sardegna resistente, adattativa e resiliente su cui contiamo di più e da cui provengono forza, idee e progetti per il nostro futuro.
- Il terzo, infine, che per noi è la pietra di volta di tutto: la scuola, l’istruzione, la formazione, l’università e la ricerca, convinti come siamo che la flessibilità dei tempi attuali possa essere affrontata adeguatamente solo con una formazione larga e alta, una formazione di tipo generale, basata su fondamenta solide, con contenuti delle varie discipline così approfonditi da creare profili di uscita nei vari livelli formativi come cittadini in grado di affrontare ogni problema della vita adulta e ogni possibile occupazione offerta dal mercato del lavoro e con capacità reali di creare impresa e occupazione.

In un convegno di tale importanza non poteva mancare una riflessione più generale, che definiamo alta perché alto è il tema del lavoro, e su questo, tra altri autorevoli interventi, conosceremo e discuteremo gli autorevoli punti di vista del filosofo Silvano Tagliagambe, dell’economista Gianfranco Sabattini e del sociologo Domenico De Masi.
Quando come Comitato di Iniziativa Costituzionale e Statutaria abbiamo deciso di organizzare questo convegno abbiamo pensato che dal confronto di variegate posizioni e punti vista sul tema, dalla viva voce degli attori che giorno per giorno si misurano con questo mercato del lavoro, dalla pluralità di idee che si scontrano e si incontrano nel nostro vivere quotidiano possano nascere le migliori condizioni per creare un ecosistema favorevole allo sviluppo del lavoro, in condizioni di equilibrio dinamico con l’ambiente e con le continue trasformazioni della società e del mondo.
E’ perché come esponenti della società civile, come cittadinanza attiva, sganciati da logiche di partito o di appartenenza politica, siamo convinti che non ci possano essere soluzioni individuali ai problemi posti dalla crisi, ma vadano ricercate collettivamente con il confronto delle idee, è per tali motivi che intendiamo concorrere con le nostre energie al processo di creazione di un ecosistema favorevole al lavoro, che abbiamo fortemente voluto questo convegno e abbiamo deciso di dedicarlo in particolare ai giovani che, più di altri, vedono minacciata la propria vita e il proprio futuro.

Viviamo un presente di grandi trasformazioni in atto, un presente in cui si vivono, come sempre nella storia, elementi di futuro e si progettano visioni di futuro, che a loro volta diventeranno il presente di domani. In queste trasformazioni, che possiamo anche vedere come veri e propri sconvolgimenti, bisogna inquadrare i diversi aspetti del lavoro con i relativi punti di vista.
Non si intende in questa sede fare un ragionamento esaustivo anche perché lo si ritiene impossibile, quanto affrontare quegli aspetti che a nostro modo di vedere, sono tra i più rilevanti in questo periodo storico.
Siamo sicuri che parlare di lavoro oggi, compiutamente, significhi avere piena consapevolezza della complessità in cui siamo immersi.

1. Il lavoro e l’impresa nella costituzione

L’art. 1 della costituzione repubblicana recita “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Come primo elemento si precisa che la natura della repubblica è quella di essere democratica, ma non solo, essa è anche fondata sul lavoro e non su altri elementi: democrazia e lavoro, quindi, come elementi costitutivi indissolubili. Giustamente il lavoro era visto dai costituenti come elemento fondante dell’intera comunità perché con il lavoro ciascun uomo si realizza, sviluppa e tutela la propria dignità e contribuisce al benessere di tutta la comunità. Sono diversi gli articoli dedicati dalla Carta al tema del lavoro, alla sua tutela, alle sue forme organizzative e ai diritti-doveri connessi e qui intendiamo discuterne qualcuno per meglio inquadrare i ragionamenti che saranno fatti successivamente.
Con gli articoli 35 e 36, ne vengono affermati la tutela, la cura della formazione ed elevazione professionale, la promozione di accordi che regolino i diritti del lavoro, il diritto ad una retribuzione commisurata alla quantità e qualità del lavoro svolto, purché sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
Nella costituzione è evidente lo stretto legame tra la dignità dell’uomo e il lavoro, anzi l’accento posto sulla giusta retribuzione che consenta un’esistenza dignitosa anche per la famiglia costituisce l’elemento qualificante dell’esistenza umana. Tra gli altri articoli che qui si intende evidenziare vi è il 41 che recita “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Il tema del lavoro viene trattato quasi sempre con lo sguardo miope o presbite. E’ miope lo sguardo di chi vede se stesso come il centro del mondo; tipicamente è lo sguardo del sindacato economicista e di una certa imprenditoria italiana: non vi sono mai una visione e un interesse generale, conta il tempo breve e la difesa ad oltranza delle proprie posizioni. E’ presbite lo sguardo di chi si preoccupa di fare analisi teoriche, che possono essere corrette e lungimiranti, ma le cui ricette non risolvono i problemi del presente, indipendentemente dal tempo storico a cui il presente si riferisce.
In mezzo, a nostro avviso, vi è la necessità di uno sguardo corretto con lenti progressive in modo da contemperare la visione strategica con un’applicazione coerente con i bisogni del presente.
Innanzitutto c’è bisogno di lavoro, ma bisogna essere consapevoli che la politica non crea né può creare lavoro, ne crea però le condizioni: il lavoro viene creato dalle imprese, anche se non bisogna negare la necessità dell’intervento pubblico diretto.

Non è vero che privato significa automaticamente efficienza e produttività e pubblico significhi inefficienza e mancanza di produttività. Vi sono settori produttivi e dei servizi, come, per fare qualche esempio, la sanità, l’istruzione, i trasporti, il gas, l’acqua, l’energia, le telecomunicazioni, che devono essere sempre pubblici, non solo in particolari periodi economici, nei quali non solo è auspicabile l’intervento pubblico diretto, ma nei quali solo l’intervento pubblico può garantire la crescita economica e il beneficio pubblico universale dei beni a disposizione.
Per la nostra terra pensiamo ad un lavoro pulito, per questo nel titolo del convegno abbiamo messo l’accento anche su Lavorare meglio. Un lavoro che innanzitutto deve essere basato su un’economia di pace, per cui rifiutiamo lavori che si pongono in contrapposizione con l’ambiente, la salute umana e il benessere degli altri esseri viventi.
In tale accezione, ci sia permesso di ricordare in questa sede che la produzione di armi, peraltro presente nella nostra isola, non è accettabile come occupazione in quanto contraria ai principi costituzionali, alle direttive europee e alle stesse leggi italiane.
Così come riteniamo inaccettabile continuare con un’industria caratterizzata da produzioni inquinanti che hanno portato ad un uso devastante del territorio, con gravi riflessi negativi sulla salute delle popolazioni e sulla qualità dei prodotti agroalimentari dei territori interessati.

In ogni caso, non c’è lavoro senza impresa per cui parlare dell’uno significa necessariamente parlare anche dell’altra. Alla politica, ora più che in passato, spetta un intervento sistematico, continuo ed organico innanzitutto sul fronte dell’attività di regolazione delle relazioni tra lavoro e impresa e, a valle, sul fronte della redistribuzione della ricchezza. Un tempo tale attività poteva essere compiutamente affrontata dallo Stato regolatore, oggi tale compito può essere risolto sì dallo Stato regolatore pur di averne la volontà politica corroborata da adeguate maggioranze parlamentari, ma solo all’interno di politiche sovranazionali coordinate.

Si tratta della necessità di declinare il ruolo del Governo, della parte pubblica a diversi livelli di responsabilità e di capacità decisionali (Regioni e Comuni, per esempio) e della politica come attore fondamentale innanzitutto a monte del mercato decidendo le regole del gioco per tutti i giocatori e con un ruolo più diretto, a valle, che potrà essere rivolto agli interventi su asset economici e produttivi strategici, così come a tutti quei casi nei quali è l’assunzione di responsabilità pubblica della politica che può garantire i territori e i comparti particolarmente soggetti a stati di crisi e/o di marginalità.
Da qui l’interrogativo se e come il diritto al lavoro può essere garantito per tutti considerati i vari aspetti della questione sul piano nazionale, locale ed europeo.

2. Punti di vista, lavoro e dignità, autorealizzazione individuale

Tutti parlano con cognizione di causa del lavoro al punto che possiamo dire che parlare del lavoro è abbastanza facile. Altro è cercare di definirlo. Infatti si può dire che esistano tante definizioni quanti sono i punti di vista che si misurano sul tema. Così troviamo definizioni diverse del lavoro nell’economia, nella fisica, nell’antropologia, nelle religioni, nella giurisprudenza, nella letteratura.
Per tale motivo, anche per non far torto ai vari e validi punti di vista, quando pensiamo al lavoro ci riferiamo a quell’insieme di attività che come esseri umani affrontiamo nella nostra esistenza e che caratterizzano ogni fase della nostra vita.
Quando siamo bambini, ragazzi e giovani in quanto dipendenti dal lavoro dei nostri genitori, quando da adulti costituiamo le nostre famiglie e dipendiamo direttamente dal nostro lavoro, quando andiamo in pensione e godiamo di un assegno in base ai contributi versati in età lavorativa e purtuttavia garantito da chi continua a svolgere l’attività lavorativa anche per noi.

Nel corso del tempo e da diversi punti di vista alla parola lavoro è stata associata la dignità dell’uomo, uomo lavoratore si intende.
In ordine di tempo, forse il soggetto più autorevole che ha rimarcato tale associazione negli ultimi anni è papa Francesco. Per inciso si ricorda qui la frase detta in occasione della sua visita in Sardegna nel 2013: “Il lavoro è dignità”.
Siamo sicuramente d’accordo con questa affermazione, nel senso che il lavoro concorre efficacemente alla dignità dell’uomo, ma lo fa quando il lavoro non è alienato, ultra precarizzato e al limite della schiavitù e purtroppo questo accade anche nel nostro tempo, in forme analoghe a quelle di un passato che pensavamo non potesse più tornare.
Nell’ambito della tradizione cattolica il lavoro è soprattutto conseguenza del peccato originale a cui è seguita la cacciata dal paradiso e quindi è diventato fatica, dolore, per certi aspetti sofferenza come viatico di redenzione e di ricompensa nella vita ultraterrena. Vi è comunque nella dottrina sociale della chiesa cattolica l’associazione lavoro-dignità, rimarcata dal papa attuale.
A nostro avviso, riconoscendo e rimarcando che il lavoro è precondizione per la dignità dell’essere umano, affermiamo nel contempo che la sua dignità non dipende esclusivamente dal suo essere lavoratore, ma esiste a prescindere. Vi può essere dignità anche in chi non lavora e vive al di fuori dei meccanismi e sistemi dell’organizzazione del lavoro.
A dimostrazione di questo basti pensare alle società greca e latina del passato dove il lavoro veniva svolto dagli schiavi, ma oggi ci ricordiamo solo di quelli che erano gli uomini liberi e, tra questi, in particolare dei filosofi che ci hanno insegnato i valori di riferimento degli esseri umani, proprio a partire dalla dignità.
E’ possibile un lavoro diverso. Per tale motivo abbiamo inserito nel titolo l’espressione “lavorare meglio”. Con tale espressione intendiamo un lavoro che sia il più possibile scelto da ciascuno di noi, un lavoro che ci permetta di autorealizzarci.
L’attività lavorativa che distingue e rende singolare l’uomo come fondamento positivo della polis, è il lavoro che implementa l’idea trasformandola in progetto, in dispositivo, sistema, impresa, il lavoro come atto libero e liberatorio, ovvero è l’opus di latina memoria.
Per tale motivo, considerato l’attuale sviluppo dell’informatica e della robotica, la cosiddetta civiltà delle macchine, dobbiamo eliminare dal lavoro lo sforzo, la fatica, la ripetitività per arrivare ad un lavoro liberato dalla necessità e dalla paura della povertà.
Il lavoro di cui parliamo, quindi, è un lavoro che promuove e rende possibile lo sviluppo delle proprie capacità, delle proprie passioni che si trasformano in progetti e professioni, un lavoro cioè che è anche piacere, sviluppo di potenzialità di ciascuno, autorealizzazione nell’arte, nella scienza, nelle tecnologie, un lavoro senza divisione tra mezzo e fine, tra produzione e consumo, quale fondamento dell’etica sociale. A tale riguardo bisogna ripensare il mondo in cui viviamo per costruire una società più giusta, con regole di vita che permettano l’autorealizzazione e che ci facciano vivere come individui sociali, con relazioni e affettività individuali e collettive.

3. Crescita – decrescita, sviluppo, benessere, felicità

In una fase di crescita è relativamente facile affrontare i problemi occupazionali. Nella storia recente nelle fasi di crescita è sempre stato riscontrato un aumento dell’occupazione.
Dall’introduzione della rivoluzione cibernetica che inizia nell’immediato secondo dopoguerra del ‘900 questa affermazione non è più vera. Si può avere e si ha crescita con diminuzione di occupazione.
C’è chi parla di crescita felice e di decrescita felice.
Si tratta di aggettivazioni di cui noi facciamo a meno volentieri e soprattutto è la crescita che può fare a meno di queste aggettivazioni superflue.
La crescita è un fatto quantitativo che normalmente si misura con il PIL (Prodotto Interno Lordo). Dopo tanto tempo, a partire dal 2007, anno di inizio della crisi, il PIL è tornato a crescere e per l’anno corrente lo si stima pari all’1,5%, a fronte di un indice europeo pari al 2,2%: cresciamo sì, ma meno degli altri paesi europei come costantemente verificatosi negli ultimi 25 anni.
Per cui non è accettabile alcun racconto trionfalistico da qualsiasi parte esso provenga, anche perché la ripresina in atto in parte è dovuta alle politiche della BCE che ha favorito le esportazioni. I consumi interni, infatti, continuano a mostrare segni di difficoltà. Quanto al PIL, va ancora osserva che siamo a -6% se prendiamo come riferimento il PIL dell’anno di inizio della crisi.
Quindi c’è ancora tanto da fare!
Qui ci interessa annotare che la crescita non può essere infinita, come ci insegnano alcuni pensatori del secolo scorso, a partire dal libro derivante dal rapporto del Club di Roma “I limiti dello sviluppo, 1972”, ma il titolo esatto era “The limits to growth”, ovvero i limiti della crescita, da Herman Daly con i suoi lavori sulla economia ecologica e lo sviluppo sostenibile, ma soprattutto ci si riferisce a Georgescu–Roegen, fondatore della bioeconomia, e primo ad introdurre i principi della Termodinamica nei modelli econometrici, con quel che ne consegue in termini di crescita con uso (abuso) di risorse limitate e in presenza di entropia crescente.
Solo dopo questi autori appena citati vengono considerati i lavori di Latouche, che da economista e filosofo qual è, fondamentalmente sostiene che si può essere felici indipendentemente dalla crescita economica.
E come dargli torto?
Per noi la felicità appartiene alla sfera degli umani e si estrinseca e si gode a livello individuale o di piccoli, piccolissimi gruppi familiari e non solo, per limitati periodi di tempo. Se la felicità fosse continua nel tempo sarebbe un’altra cosa, forse soddisfazione personale per esempio, o beatitudine se pensiamo agli asceti e ai contemplativi, ma nell’esperienza e nella percezione delle persone normali la felicità in quanto tale ha una limitazione temporale innegabilmente legata alla psicologia umana e alle relazioni intessute nel momento e/o nella fase temporale in cui tali momenti di felicità si manifestano.
Certamente si può essere felici in fasi di crescita e in tali periodi si può ritenere più probabile che la felicità possa riguardare molti più individui rispetto a periodi di decrescita e di recessione.
La felicità rimane comunque all’interno di una dimensione individuale e può sussistere indipendentemente dalle fasi economiche, così come dal lavoro che si svolge o che non c’è.
Talvolta si parla di diritto alla felicità come diritto naturale, ma tale diritto non esiste e solo gli sprovveduti possono reclamarlo dalla società o dallo Stato di appartenenza. La stessa costituzione americana che si cita al riguardo non prevede il diritto alla felicità, ma il diritto alla “ricerca della felicità” da parte di ogni cittadino, che è obiettivo alquanto diverso e difficile da raggiungere.
Altro è il concetto di benessere che interessa le moltitudini e le società umane organizzate all’interno delle quali si dipana la vita degli individui. Il benessere esprime la qualità del vivere dei singoli e delle comunità siano esse urbane o rurali.
Se ci rapportiamo al pianeta come componenti della natura e non come elementi che devono dominarla, se ci rapportiamo all’ambiente e alla biosfera in termini di sostenibilità dell’impronta antropica, ammesso che lo si voglia fare, per riportare in equilibrio gli ecosistemi necessari ad una continuità della vita umana con limiti accettabili nella produzione di entropia, solo la decrescita in alcuni settori e per determinati e concordati periodi tempo su scala internazionale può garantirne il successo. Altrimenti si tratterà di buoni propositi e accordi come quello di Kyoto destinati al fallimento.
Sicuramente fasi di crescita economica possono determinare uno sviluppo più equilibrato e maggior benessere delle popolazioni. Al di là della misura quantitativa, la qualità del vivere si misura necessariamente con indicatori e parametri diversi dal PIL, come la qualità dei servizi di cui dispone una collettività, tra questi ricordiamo la sanità, la scuola, le strade, il sistema del welfare, ecc.
E’ dall’insieme di qualificati e funzionali servizi di cui dispone la cittadinanza nel suo insieme che si misura il benessere.
E qualità dei servizi, per uno Stato che si preoccupi realmente dei propri cittadini, significa garantire a tutti Livelli Qualitativi Uniformi di tutti i servizi a qualunque latitudine, sia che si parli di sanità che di scuola, di strade come di assistenza sociale, di messa in sicurezza dei territori come di salubrità ambientale.

4. L’organizzazione del lavoro attuale, trasformazioni in atto e prospettive a tendere

I computer governano tutti i processi produttivi e i servizi di cui facciamo uso a tutte le ore del giorno e della notte. I sistemi di produzione, trasporto e distribuzione dell’energia elettrica devono lavorare in sincrono, i satelliti in orbita geostazionaria osservano la terra, i radiotelescopi da terra e telescopi come Hubble ci permettono di guardare l’universo verso lo spazio infinito e verso i primi istanti del big bang, le reti di telecomunicazioni e la rete delle reti, il web che conosciamo, ci permettono di essere costantemente connessi tra noi e gli altri. La sanità è governata dai computer e gli interventi più complicati in sala operatoria vedono sempre di più la presenza del robot come elemento indispensabile.
Quando ci muoviamo in treno, in aereo, in nave, in auto, insomma dappertutto usiamo i computer e non possiamo più farne a meno.
I Big data, con tutte le loro implicazioni, le previsioni del tempo, lo studio dei cambiamenti climatici, le sonde spaziali che governate da terra e mediante i computer di bordo, vanno al di fuori del sistema solare, le transazioni finanziarie iperveloci che gestiscono circa il 70% dei flussi finanziari in tutte le borse del mondo senza l’intervento di operatori umani, macchine che si auto guidano già sperimentate che diventeranno realtà diffusa in meno di un decennio, non solo in ambito urbano: questo è lo scenario presente in cui viviamo grazie ai computer e alla robotica.
Con le nanotecnologie applicate alla biologia, con la manipolazione genetica del mondo vegetale e animale e oggi con l’ibridizzazione dell’uomo, ovvero la sua trasformazione in veri e propri cyborg, quasi come se vivessimo in un film, Harari ci ricorda che Homo Sapiens si è trasformato in Homo Deus .
C’è qualcuno che pensa di tornare indietro o piuttosto ci dobbiamo preoccupare di governare i processi tecnologici che abbiamo innescato e portato a regime in questi decenni?
I tempi sono maturi per riconoscere che solo con la collaborazione uomo-macchina si può progettare un futuro vivibile e sostenibile per gli esseri umani su questo pianeta.
Va riconosciuto che grazie ai computer sempre più sofisticati e potenti, alle reti, ai robot e alla loro massiccia utilizzazione in ogni settore produttivo è stato creato maggior valore con meno lavoro.
Ciò che si può sicuramente dire è che lo sviluppo della tecnologia, con particolare enfasi su quelle digitali, sta riallocando la ricchezza, i guadagni e il benessere come non mai, purtroppo con un evidente ulteriore aumento delle diseguaglianze economiche e sociali. La ricchezza è sempre più concentrata nelle mani di poche persone e il numero di questi super ricchi tende a ridursi all’aumentare delle ricchezze possedute. Negli ultimi trent’anni, aziende come Microsoft, Apple, Amazon, Google, Facebook, Alibaba, (e i loro proprietari/azionisti) hanno totalmente cambiato la concentrazione della ricchezza che un tempo era in capo alle aziende del manifatturiero, dell’oil and gas, dell’automotive, dell’avionica, della nautica, dell’industria militare ecc., ecc.
Con l’ulteriore elemento di cambiamento/innovazione dovuto alla modificazione sostanziale di tutti i processi produttivi degli altri settori di interesse economico e sociale: le tecnologie digitali sono pervasive e invasive!
Al riguardo, quando facciamo un acquisto su internet solo qualche passo della procedura vede un controllo umano, quasi tutto è svolto in maniera automatica fino all’individuazione nel magazzino del prodotto desiderato, alla sua scelta, lo scarico dallo scaffale e il suo posizionamento su un nastro trasportatore, il confezionamento e la spedizione. Tutto o quasi è gestito e controllato dalle macchine: tutto può essere gestito dalle macchine, tutto sarà gestito dalle macchine.
Per tornare all’intelligenza artificiale, bisogna riconoscere che già Marvin Minky era dell’avviso che la robotica potesse sostituire l’uomo in tutti i lavori e in tutti i processi ingegnerizzabili, ovvero quelli in cui i diversi passi del processo fossero rappresentabili con simboli, numeri e/o loro combinazioni con sequenze temporali definibili.
Insomma stiamo vivendo in un periodo di grandi cambiamenti e sconvolgimenti con ripercussioni planetarie, ma con le contraddizioni di sempre. Accanto alle aziende più tecnologiche del nostro tempo due miliardi di persone non hanno accesso all’acqua corrente e all’energia elettrica.
Si è constatato, e questo è incontrovertibile, che le macchine liberano l’uomo dal lavoro ripetitivo e noioso e potrebbero nel volgere di pochi decenni liberarlo del tutto dalla gran parte del lavoro. Il problema a questo punto per l’uomo è cosa fare e come utilizzare il tempo liberato.
In questo processo si sono persi e si perderanno decine di milioni di posti di lavoro. Si calcola che entro 40 anni almeno il 60% dei lavori che facciamo oggi non ci saranno più, ma questo non ci dovrebbe spaventare.
Come si può intervenire da un punto di vista politico per uscire vincenti da questa spirale che sembra avviluppare tutta la società umana?
A me pare che si possa e si debbano percorrere le vie già indicate in precedenza con un programma che preveda come assi principali due strade possibili.
La prima riguarda il fatto che dobbiamo costruire una società in cui la stragrande maggioranza delle persone in età lavorativa continui ad essere occupata. Se si è in grado di produrre la stessa ricchezza nell’unità di tempo con meno lavoratori, la soluzione è quella di diminuire il tempo di lavoro per tutti, aumentando la quantità di tempo libero e di tempo liberato dal lavoro che gli individui potranno dedicare a se stessi, ai loro interessi culturali e materiali, all’ozio creativo, alla contemplazione, alle loro relazioni affettive.
Al riguardo è particolarmente significativo ricordare quanto scriveva il grande economista John Maynard Keynes nel 1930 interrogandosi su quale livello di vita economica si potesse ragionevolmente attendere nei successivi 100 anni . Anche allora l’accento veniva posto sulle rivoluzionarie trasformazioni tecniche e le conseguenze che ne sarebbero derivate.
Per Keynes il problema economico, guardando al futuro possibile in un secolo, non sarebbe stato il “problema permanente della razza umana” perché sarebbe stato ampiamente risolto.
E sul tempo di lavoro scriveva che “Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”.

Quanto alla seconda strada, è evidente che una parte della società, e questa dovrà essere la più piccola possibile, sarà comunque fuori dai processi produttivi comunque intesi, anche quelli che in altra parte della relazione sono stati considerati nell’ambito dell’autorealizzazione dell’uomo. Per queste persone va pensato un reddito sociale incondizionato (cittadinanza, inclusione, di lavoro virtuale, di consumo, chiamiamolo come vogliamo!), in modo da garantire anche a loro un ruolo utile all’interno della società.
Il finanziamento di tale reddito, da operare intanto a casa nostra e quindi da perseguire con politiche sovranazionali (europee) e possibilmente su scala planetaria, dovrà avvenire necessariamente mediante mirate politiche di redistribuzione della ricchezza, con una tassazione progressiva del capitale e dei grandi patrimoni proprio perché la ricchezza è già oggi principalmente generata dalle macchine e lo sarà sempre di più nei prossimi decenni.

5. La crisi è finita?

La ripresina in atto viene troppo spesso cantata come strutturale, nel senso che ci saremmo lasciati definitivamente alle spalle i dieci anni della crisi.
Non intendiamo qui considerare i dati sull’occupazione dei diversi settori produttivi di cui si parla con enfasi eccessiva in questi ultimi mesi.
Intanto la disoccupazione giovanile italiana continua ad essere superiore al 35%.
Si contano i nuovi posti di lavoro, ma si dimentica di analizzarne la qualità. Al riguardo ci soccorre l’INPS che ha certificato che del milione di nuovi contratti di lavoro attivati nell’anno in corso, solo il 24% sono a tempo indeterminato, per il 76% si tratta di contratti a tempo determinato, cioè di contratti precari.
E’ questo il lavoro che si continua a proporre?
E’ di questi lavori che hanno bisogno i nostri giovani?
In tali condizioni possono essere create nuove famiglie, si può pensare di mettere al mondo figli, si può pensare al futuro?
No, non si può e basta ragionare sulla demografia e l’indice di natalità per convincersene incontrovertibilmente. L’indice di natalità dell’Italia è pari all’8 per mille, il più basso d’Europa, l’indice di natalità della Sardegna è pari al 6,9 per mille, con 1,1 figli per donna, il più basso d’Italia. L’aumento di residenti che si registra complessivamente in Italia e ugualmente in Sardegna è dovuto solo all’immigrazione, considerato che annualmente il numero dei morti supera ampiamente il numero di nuovi nati.
Se non si fanno figli non è per scelte ideologiche o strane congetture, ma perché non ci sono le condizioni economico-sociali per poterlo fare, non esiste una politica per la famiglia e non si intravede un futuro: per tali motivi si emigra, e una volta emigrati è molto improbabile che si torni indietro.
Allora la crisi è davvero finita?
No, per niente, soprattutto in Europa, Italia e Sardegna.
In un articolo pubblicato recentemente, il quotidiano il Sole 24 Ore ha stimato che l’emigrazione della popolazione italiana scolarizzata, e specificatamente quella nota come fuga dei cervelli, costa al paese ben 14 miliardi di euro all’anno. I dati evidenziavano che dall’Italia nell’ultimo decennio si è avuta una emigrazione di laureati e diplomati pari a circa 30.000 persone all’anno.
Se, come d’uso nella parametrizzazione dei dati, ci rapportiamo pro quota alla popolazione della Sardegna, dai 14 miliardi di euro sul piano nazionale, il costo per la nostra regione diventa pari a 420 milioni di euro all’anno.
Indipendentemente da tali semplici esercitazioni numeriche, è ben vero che il trend dell’emigrazione sarda verso le regioni del Nord Itali e all’estero degli ultimi 10 anni è ripreso con forza. Limitandoci alla sola emigrazione verso l’estero, i dati ISTAT sono riportati nella seguente tabella:

anno emigrati estero
2007 1.264
2008 1.508
2009 1.663
2010 1.485
2011 1.703
2012 2.203
2013 2.593
2014 2.861
2015 3.096
2016 3.370

In Sardegna perciò si osserva lo stesso fenomeno rilevato a livello nazionale, con un ulteriore aumento del rapporto percentuale che si discosta notevolmente dal rapporto tra la popolazione sarda e quella dell’intero paese. La popolazione sarda rappresenta solamente il 2,8% di quella nazionale. Se osserviamo la tabella, tra il 2007 e il 2016 ben 21.746 sardi sono emigrati all’estero e nell’ultimo il numero di emigrati è in crescita fino a 3.370, circa il 10% del dato nazionale annuo riportato dall’articolo su citato.
In generale emigrano i giovani, laureati e diplomati, e quando non hanno un’alta scolarizzazione si tratta comunque di persone che hanno voglia di intraprendere e investire nel proprio futuro.
La destinazione preferita dai laureati riguarda la Germania, il Regno Unito, la Svizzera e la Francia, con un’alta presenza di giovani diplomati soprattutto in Germania. Si tratta di paesi che hanno specifiche politiche che tendono a favorire l’immigrazione di soggetti con alta scolarizzazione.
La sconfortante e inevitabile constatazione al riguardo è obbligata: senza i giovani preparati che emigrano e senza componenti rilevanti di popolazione con capacità tecniche e professionali e voglia di affrontare nuove sfide, come si fa in tale contesto ad avere fiducia nel futuro e a ipotizzare un modello di sviluppo sostenibile per la nostra isola?

PIL pro capite Italia e Sardegna
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…….. 2008 2015 Var. ass. Var. %
—————————————————
Italia….. 28.194 27.000 -1.194 -4,2%
Sardegna… 21.035 19.300 -1.735 -8,2%

Questa tabella evidenzia che siamo ancora lontanissimi dal PIL pro capite del primo anno della crisi per cui c’è ancora molto, molto da fare per recuperare il differenziale accumulato del tempo e poterci avviare realmente verso un periodo di crescita economica.

6. La formazione come chiave di volta nel cambiamento presente

Parlare di scuola, università e di formazione quali elemento cardine della flessibilità richiesta nel tempo moderno è per noi imprescindibile, diciamo pure che è dalla scuola che bisognerebbe far partire una strategia vincente sul tema del lavoro per l’oggi e per il domani. Ma, quando si parla di scuola, istruzione, università e ricerca corre l’obbligo di segnalare la scarsa credibilità istituzionale del paese nel suo complesso, se si ricorda che siamo nel pieno scandalo dei concorsi universitari che evidenziano l’attribuzione delle cattedre da professore ordinario o associato non in base al merito ma per appartenenza, figliolanza e nepotismo, che abbiamo avuto un ministro dell’istruzione, Università e Ricerca Scientifica, ahinoi, Mariastella Gelmini, che era convinta che fosse stato costruito un tunnel tra il CERN di Ginevra e il Gran Sasso per il passaggio dei neutrini e il ministro attualmente in carica notoriamente non ha nemmeno la laurea!
Ma anche con questi personaggi e nonostante loro, è bene pensare ad una scuola dove si insegni, dove gli studenti possano trovare una eccellente formazione generale per potersi specializzare successivamente. Una ottima preparazione di base è il classico “pass partout” per la flessibilità richiesta oggi e domani: bisogna sapere e saper fare molto più di prima perché le nostre attuali società sono molto più competitive rispetto appena a qualche decennio fa. Per tale motivo non crediamo che sia accettabile una visione della scuola come luogo di formazione quasi esclusivamente dedicato ai bisogni dell’impresa. Nel mondo attuale riteniamo più che mai necessaria una preparazione di base ampia e solida su cui poter innestare via via le specializzazioni richieste dai mutamenti sociali e dai conseguenti mutamenti dei vari settori produttivi.
Giova qui ricordare che il successo dell’economia italiana dal secondo dopoguerra fino agli anni ’80 e ’90 era dovuto all’ottima formazione tecnica garantita dall’istruzione secondaria italiana . Le aziende italiane, essendo per la maggior parte, caratterizzate da dimensioni piccole e medie erano gestite da proprietari e manager diplomati nella scuola secondaria, periti industriali e tecnici in generale. Una scuola di alto livello, allora; altrettanto non si può dire oggi a seguito delle ultime riforme che prediligono insegnanti produttori di “report e scartoffie” e una privatizzazione sempre più marcata della formazione, con sottrazione di fondi dalla scuola statale alla scuola privata, peraltro in larga maggioranza di tipo confessionale.
Se guardiamo alla formazione universitaria, ma questi temi saranno toccati meglio nel corso del convegno, qui basti dire che la farsa del “3+2”, con laurea triennale e biennio magistrale è totalmente fallita al punto che il 98% degli studenti che conseguono la laurea triennale prosegue con il biennio successivo. Se si tiene conto che tale riforma era finalizzata a creare competenze rivolte ad un inserimento immediato nel mondo del lavoro, il fallimento è così evidente che non c’è bisogno di aggiungere altre considerazioni.
La formazione dovrebbe caratterizzare tutta la vita dei cittadini, per questo siamo favorevoli ad una formazione di qualità, che continui in ogni fase della nostra vita e soprattutto pubblica e gratuita per tutti.

7. Lavoro o reddito?

Da alcuni anni nel dibattito sul lavoro si scontrano due visioni differenti che per alcuni sono in totale conflitto tra loro. La prima alternativa è quella di creare le condizioni per un lavoro per tutti. La seconda preferisce un reddito per tutti, spesso chiamato “reddito di cittadinanza”, incondizionato. Su queste due facce del problema ci si dibatte sul come finanziare l’eventuale reddito per tutti e come si fa a immaginare un lavoro per tutti, considerato che non è mai esistito nella storia dell’uomo né uno Stato, né un’organizzazione sociale in grado di garantire una simile occorrenza.
Oggi ci sono le condizioni economiche e tecnologiche per intraprendere sia la riduzione sistematica dell’orario di lavoro per far accedere tanti giovani all’occupazione sia la sperimentazione su larga scala di una forma di “reddito di cittadinanza incondizionato”.
Attualmente sembrano mancare le condizioni politiche nel mondo occidentale e non solo, in Europa, in Italia, in Sardegna, ma bisogna lavorare per creare le condizioni politiche e sociali favorevoli. Su questo bisogna insistere, dare il meglio di noi stessi, contribuire con le nostre idee e i nostri progetti all’individuazione di un modello di sviluppo realistico, sostenibile e gestibile con le risorse politiche, culturali ed economiche di cui disponiamo.

Conclusione

Il convegno tocca a vario titolo i diversi aspetti appena delineati, da punti di vista differenti che conducono talvolta anche a percorsi di sviluppo diversi. Obiettivo del convegno è anche e soprattutto quello di poter mettere insieme diverse ipotesi per concorrere a delineare un progetto di futuro.
Nel concludere questa relazione introduttiva, ricorro a due metafore, una proviene dalla storia dell’arte e l’altra dalla musica.

Intendo riferirmi agli affreschi del pittore Ambrogio Lorenzetti dedicati all’allegoria del buon governo e del cattivo governo (Siena 1337-1339). l’Allegoria del Cattivo Governo è rappresentata come un uomo vestito di nero e con le corna in testa (personificazione quindi del diavolo), che si attornia di figure allegoriche quali la crudeltà, la discordia, la guerra, la perfidia, la frode, l’ira, la tirannide, l’avarizia e la vanagloria. Nel secondo affresco si vedono gli effetti del cattivo governo sulla città e sulla campagna, con una rappresentazione di una città e del contado circostante, dove dominano scene di violenza e rapina, rovina e campi incolti .
Il terzo momento del ciclo è quello dell’Allegoria del Buon Governo: qui campeggia la figura di un vecchio e saggio monarca che siede sul trono, circondato dalle figure allegoriche della giustizia, della temperanza, della magnanimità, della prudenza, della fortezza e della pace. Sul suo capo vi sono inoltre le personificazioni delle virtù teologali: fede, speranza e carità .
Tralasciando le virtù teologali che appartengono comunque ad altri contesti, e cambiando il monarca con i sistemi democratici del nostro tempo, e con le dovute correzioni anche per questi ultimi, ci pare che simili affreschi possano tutt’ora essere visti come significativamente rappresentativi di governi locali, nazionali e di efficaci organizzazioni sovranazionali che auspichiamo sempre più forti, riconosciute e rappresentative della comunità umana per avere pace, prosperità, lavoro, sviluppo, benessere e poter ricercare la nostra felicità come Uomini Sapienti.
Per quanto riguarda la metafora musicale vorrei far notare che quando si scrive e si esegue una partitura per orchestra, vi sono molte voci, con voci soliste in primo piano, come i concerti per solisti accompagnati dall’orchestra, ma nella partitura ogni voce è importante, compresa quella di uno strumento che interviene per meno di una battuta e hanno grande importanza le stesse pause e il silenzio di tutti gli strumenti.
Tutto concorre a definire la grandezza e bellezza della partitura, tutte le voci, anche quelle afone e mute, che politicamente parlando potremmo definire senza rappresentanza.
Così vengono eseguite grandi partiture musicali e possono essere eseguite con maestria a tutte le latitudini grazie al linguaggio universale rappresentato dalla musica ed alla conoscenza di questa che ne hanno tutti i componenti dell’orchestra. Vi sono poi orchestre particolari nel mondo con strumentisti talmente competenti e di una bravura assoluta da avere un suono inconfondibile, come è il caso dei Berliner Philharmoniker.
A differenza di altre orchestre, i Berliner scelgono autonomamente il loro direttore, sono loro che selezionano il direttore e non viceversa.
Quando parliamo di costruzione di un ecosistema favorevole allo sviluppo del lavoro come ampiamente descritto e specificato in precedenza, dobbiamo essere in grado anche noi con una competenza simile a quella dei Berliner di scegliere autonomamente il nostro direttore d’orchestra. Loro lo fanno come espressione di autogoverno a partire dal 1882, noi dobbiamo imparare a farlo:
che questa sia la strada maestra da seguire.

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Note
1. Circa 1,35 minuti; su una scala lineare con 1 mm = 1 anno, l’età della terra sarebbe rappresentata da una retta di 4.600 km e gli ultimi 3 secoli dai 33 cm finali di tale retta.
2. Valerio Calzolaio, Eco Profughi. Migrazioni forzate di ieri, di oggi e di domani, NdA press, 2016.
3. Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri, ed. Ilisso, 1996.
4. Edito da Cortina, 2014. Carlo Rovelli è uno dei più noti fisici italiani, esperto di gravità quantistica.
5. Yuval Noah Harari, Homo Deus, breve storia del futuro, Bompiani 2017.
6. Docente al MIT di Boston, universalmente riconosciuto come la più alta autorità nel campo dell’IA. Molto noto è il suo libro “The Society of Mind”, 1985, pubblicato in Italia da Adelphi con il titolo La società della mente, 1989.
7. John Maynard Keynes, Economic Possibilities for our Grandchildren, in Collected Writings, Ed. italiana Bollati Boringhieri, La fine del laissez faire e altri scritti, Torino 1991.
8. Romano Prodi, Il piano inclinato, ed. Il Mulino, 2017.
9. La tirannide come politica fine a se stessa.
10. La politica come bene comune al servizio del popolo rappresentato da 24 cittadini senesi comuni.
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fernando-codonesu

6 Responses to Lavoro e prospettive di cambiamento

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