Moravia, che negli ultimi anni della sua vita si è molto occupato di pace e di guerra, diceva che bisogna creare un nuovo tabù. Così come gli uomini hanno creato la interdizione dell’incesto, dovrebbero creare il divieto della guerra, un divieto interiore che diventi tanto abituale e sacro da allontanare «naturalmente» gli uomini dalla guerra.

hiroshima-ftoSe la guerra diventa un tabù
di Dacia Maraini, sulla rivista “Fronti di guerra”, marzo 2003*

Non tutti sono “fotografi di guerra”, ma quasi tutti i fotografi si sono trovati a contatto con la guerra nella loro storia professionale. Una guerra che ininterrottamente è presente dal cosiddetto dopoguerra a oggi: centinaia di conflitti in tutto il pianeta, 900 miliardi di dollari ogni anno in armamenti, oltre 86 milioni di morti, di cui l’80% civili, 35 conflitti aperti nel 2002, un’altra inutile e insensata guerra in arrivo.
Molte cose nella storia possono cambiare. La schiavitù per esempio e la tortura sono state ritenute per lunghi anni inevitabili e fatali: al tempo dei romani possedere uno schiavo, venderlo o comprarlo era considerato un diritto “naturale”. Oggi, almeno teoricamente, la schiavitù e la tortura sono state bandite e chi le pratica lo fa di nascosto. Si è stabilito il principio della inumanità del possesso legale di un individuo da parte di un altro.
Naturalmente in molti paesi, come denunzia anche Amnesty International, si continuano a vendere e comprare essere umani, soprattutto donne e bambini, da sempre alla mercé dei più forti. Però nessuno più pensa che ciò sia lecito e legittimo, e chi commercia in carne umana cerca di non farlo sapere in giro perché si rende conto di trasgredire a una legge accettata ormai da tutti.
Molti pensano che la guerra sia una fatalità, qualcosa di ineluttabile ed eterno, come un destino a cui prima o poi dobbiamo soccombere. Perché non credere invece che, come è stata abolita la schiavitù, così la guerra può essere fermata e sostituita con la contrattazione, la diplomazia internazionale e un sistema di controlli polizieschi? Chi crede nella pace dovrebbe lavorare perché la guerra diventi un ricordo del passato, anche se ciò può sembrare per il momento una utopia. È chiaro che per arrivarci dobbiamo compiere una trasformazione culturale profonda, che comporterà rinunce e modificazioni anche dolorose del nostro pensiero! I motivi per cui si pensa che le guerre debbano esplodere sono di varia natura: ci sono le rivendicazioni territoriali, le dispute sui confini, le questioni religiose, le vendette storiche, le ragioni di mercato e di supremazia militare o politica, ma spesso sono solo dei pretesti che celano ragioni di rivalità politiche interne, odii irrazionali, debolezze da coprire con la creazione di un nemico esterno, questioni di volgare potere personale e interessi di classe o di corporazioni e lobby economiche. Se ci si riflette sopra, si scopre che al novanta per cento questi falsi pretesti potrebbero benissimo essere smascherati e risolti in altro modo.
Quando si parla di una cultura della pace, c’è sempre qualcuno che tira fuori Hitler e la seconda guerra mondiale: si sarebbe potuto fermare il nazismo senza la guerra? La risposta più sensata è: in una cultura della pace, Hitler non avrebbe avuto lo spazio per imporsi e fortificarsi. Ma ci sono sempre dei pazzi, dice qualcuno, degli assassini, dei criminali che vogliono il male il male degli altri. E come fermarli? La risposta è che una cultura della pace dovrebbe comunque essere accompagnata da un sistema di controllo internazionale. Se ci fosse stato un organismo di questo genere, che avesse raccolto la rappresentanza di tutte le nazioni, e se questo avesse avuto la forza che oggi l’Onu ancora non possiede, incapace perfino di fare attuare le sue risoluzioni. Se ci fosse stato un organismo dotato di un sistema di polizia efficiente, alla prima invasione nazista, Hitler sarebbe stato fermato, magari con un’azione forte, ma che obbediva a un regolamento democratico, rappresentante la volontà di tutti i paesi.
A questo proposito Moravia, che negli ultimi anni della sua vita si è molto occupato di pace e di guerra, diceva che bisogna creare un nuovo tabù. Così come gli uomini hanno creato la interdizione dell’incesto, diceva Moravia, dovrebbero creare il divieto della guerra, un divieto interiore che diventi tanto abituale e sacro da allontanare «naturalmente» gli uomini della guerra. Gli animali praticano l’incesto, così come gli uomini primitivi, prima dell’esogamia, lo usavano con molto tranquillità. Con l’esogamia, come spiegano grandi antropologi quali Malinowski, gli uomini decisero di creare il tabù dell’incesto per uscire dal proprio gruppo ristretto e attuare lo scambio con altri gruppi sociali, in modo da poter espandere e diffondere le conoscenze che permettessero di affrontare e controllare la natura ostile. Questo tabù sarebbe alla base della civiltà. Una legge del tutto artificiale, che è nata dalla necessità di proteggere, rinforzare e migliorare la razza umana. Una interdizione che nei secoli viene introiettata, fino a diventare un istinto, sentito da tutti come assolutamente naturale. Non è che una volta affermato il tabù, i rapporti sessuali in famiglia siano cessati, naturalmente, soprattutto il rapporto abusivo padre-figlia che nelle società patriarcali si ripete di generazione in generazione, ma l’incesto viene ormai vissuto come una infrazione della legge naturale e nessuno si sogna di chiedere la sua legittimazione.
Anche per la guerra, l’interdizione che nascerebbe dalla necessità di preservare la razza umana dallo sterminio di massa, reso ormai inevitabile dalla guerre nucleari, all’inizio potrebbe sembrare innaturale e forzata, ma poi finirebbe per imporsi, insinuandosi nell’animo umano, fino a stabilirsi come un vero istinto naturale. Naturalmente conati di guerre locali continuerebbero a mostrarsi, ma non sarebbero più legittimate dai paesi. L’aggressività e la violenza si possono incanalare, fermare, limitare, ma non certo eliminare.
Costruire una cultura della pace non è solo un sogno, anche se non è una cosa che si possa creare da un giorno all’altro. Qualcosa d’altronde è già successo: il fatto che, nonostante situazioni politiche internazionali molto critiche, si sia riusciti a evitare una guerra nucleare, è segno che la pericolosità di una simile guerra è già entrata nella coscienza dei più. Quello che bisogna fare ora è estendere questa presa di coscienza, ricordando, attraverso la scienza e la divulgazione, che il potenziale distruttivo delle armi atomiche diventa sempre più funesto e dirompente, e una guerra atomica significherebbe la distruzione del pianeta. Una volta le guerre erano relativamente piccole e ristrette, si combatteva con armi rudimentali, gli eserciti si scontravano ed erano soprattutto i guerrieri, pronti a dare e prendere la morte, che si ammazzavano fra loro. Oggi le guerre riguardano sempre meno gli eserciti e sempre più i civili che vengono sacrificati brutalmente per interessi che quasi mai li riguardano da vicino. Questa è un’aberrazione. A decidere la guerra sono i politici e i militari, ma poi chi muore sono soprattutto i civili, i deboli, i fragili, i bambini. Il che significa un attentato al futuro del mondo.
Insomma cominciamo col dire qualcosa di nuovo, che va contro tutte le abitudini linguistiche: che le guerre non sono eterne, che possono essere fermate, che tutte le liti possono essere regolate da un organismo internazionale che rappresenti realmente gli interessi di tutti i paesi. Anche questa trasformazione della guerra, da scontro di eserciti a sacrificio dei più deboli, deve farci riflettere sulle ragioni della pace, che si fa sempre più necessaria e impellente. Le popolazioni del mondo hanno il dovere di fare sentire la loro voce, che conta, conta più di quello che si crede, perfino un dittatore ha bisogno del consenso interno ed esterno per scatenare una guerra.
—-
* Questo testo è apparso sulla rivista «Fronti di guerra», in vendita con l’Unità del 13 marzo 2003. L’articolo di Dacia Maraini è ripreso dal sito web “ilportoritrovato.net”
——————————
pace bandieradi ALBIO TIBULLO. Elegiae. L’amore per la pace (I, 10)

Quis fuit, horrendos primus qui protulit enses?
Quam ferus et vere ferreus ille fuit!
Tum caedes hominum generi, tum proelia nata,
Tum brevior dirae mortis aperta via est.
An nihil ille miser meruit, nos ad mala nostra
Vertimus, in saevas quod dedit ille feras?
Divitis hoc vitium est auri, nec bella fuerunt,
Faginus astabat cum scyphus ante dapes.
Non arces, non vallus erat, somnumque petebat
Securus varias dux gregis inter oves.
Tunc mihi vita foret, Valgi, nec tristia nossem
Arma nec audissem corde micante tubam.
Nunc ad bella trahor, et iam quis forsitan hostis
Haesura in nostro tela gerit latere.
Sed patrii servate Lares: aluistis et idem,
Cursarem vestros cum tener ante pedes.
Neu pudeat prisco vos esse e stipite factos:
Sic veteris sedes incoluistis avi.
Tunc melius tenuere fidem, cum paupere cultu
Stabat in exigua ligneus aede deus.
Hic placatus erat, seu quis libaverat uvam
Seu dederat sanctae spicea serta comae:
Atque aliquis voti compos liba ipse ferebat
Postque comes purum filia parva favum.
At nobis aerata, Lares, depellite tela,
Hostiaque e plena rustica porcus hara.
Hanc pura cum veste sequar myrtoque canistra
Vincta geram, myrto vinctus et ispe caput.
Sic placeam vobis: alius sit fortis in armis,
Sternat et adversos Marte favente duces,
Ut mihi potanti possit sua dicere facta
Miles et in mensa pingere castra mero.
Quis furor est atram bellis accersere Mortem?
Imminet et tacito clam venit illa pede.
Non seges est infra, non vinea culta, sed audax
Cerberus et Stygiae navita turpis aquae:
Illic peresisque genis ustoque capillo
Errat ad obscuros pallida turba lacus.
Quin potius laudandus hic est quem prole parata
Occupat in parva pigra senecta casa!
Ipse suas sectatur oves, at filius agnos,
Et calidam fesso comparat uxor aquam.
Sic ego sim, liceatque caput candescere canis
Temporis et prisci facta referre senem.
Interea Pax arva colat. Pax candida primum
Duxit araturos sub iuga curva boves:
Pax aluit vites et sucos condidit uvae,
Funderet ut nato testa paterna merum:
Pace bidens vomerque nitent, at tristia duri
Militis in tenebris occupat arma situs.
At nobis, Pax alma, veni spicamque teneto,
Profluat et promis candidus ante sinus.
————————————————————-
img_6354Chi fu colui, che per primo inventò le terribili armi?
Quanto malvagio e feroce quello fu!
Allora nacquero le stragi a danno del genere umano, allora sorsero le guerre,
allora venne aperta una via più breve alla terribile morte.
Eppure quell’infelice non ebbe alcuna colpa, noi abbiamo volto a nostro danno quello,
che egli ci aveva dato contro le bestie feroci.
Questo è colpa del ricco oro, e non vi furono guerre
finché una tazza di legno di faggio era posta davanti ai banchetti.
Non vi erano fortezze, non bastioni,
e il pastore si addormentava senza preoccupazione tra pecore di vari colori.
Dolce sarebbe stata allora per me la vita, Valgio, e non avrei conosciuto
le funeste armi, né avrei udito la tromba con il cuore palpitante.
Ora sono trascinato a forza a combattere, e già forse qualche nemico
produce dei dardi destinati a configgersi nel mio corpo.
Ma patri Lari proteggetemi e salvatemi: voi stessi mi avete allevato,
quando ancora bambino correvo qua e là.
E non abbiate vergogna di essere fatti di antico legno:
così voi abitaste le sedi dell’antico avo.
Allora con più sincerità (gli uomini) mantenevano la parola data, quando con scarso ornamento
il dio stava in una modesta nicchietta.
Questo era soddisfatto, sia che qualcuno avesse fatto libagioni con uva
sia che qualcuno avesse offerto una corona di spighe alla santa chioma:
e colui che è padrone di qualcosa offriva delle focacce
dietro di lui come compagna la piccola figlia offriva un favo intatto.
Tenete lontano da noi, Lari, i dardi di bronzo
e avrete come rustica vittima una scrofa del mio porcile pieno.
Io stesso col capo cinto di mirto accompagni questa con una veste disadorna
e porti canestri ornati di mirto.
Così io possa piacere a voi: sia pure un altro valoroso nelle armi,
e atterri col favore di Marte i comandanti avversari,
in modo che mentre sto bevendo un soldato possa raccontarmi le sue imprese
e disegnare col vino gli accampamenti sulla mensa.
Che pazzia è mai quella di chiamare a sé con la guerra la nera morte?
La morte ci sta sopra e segretamente arriva con passo silenzioso.
Non campo coltivato v’è nel mondo sotterraneo, non vigna, ma l’audace
Cerbero e il turpe nocchiero delle acque dello Stige:
ivi una pallida turba con le gote dilaniate e i capelli arsi
erra presso le nere paludi.
In quanto è più da lodarsi colui che coglie la sua tarda vecchiaia
nella sua umile capanna in mezzo ai suoi figli!
Egli stesso conduce al pascolo le pecore, il figlio invece gli agnelli,
e la moglie prepara l’acqua calda al marito stanco.
Possa anch’io esser così e mi sia concesso veder sul capo divenir bianchi i miei capelli
e vecchio raccontare i fatti della giovinezza.
Frattanto la Pace coltivi i canti. La Pace ha insegnato
a condurre sotto i gioghi ricurvi i buoi per arare:
la Pace ha sostentato le viti e ripose il succo d’uva,
perché l’anfora di terracotta del padre versasse il vino puro:
durante la pace brillano il bidente e il vomere, la ruggine
ricopre le funeste armi dell’insensibile soldato nei nascondigli.
Orsù vieni a noi, benefica Pace, e terrai una spiga

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>