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Editoriale
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Dotare l’ONU di una Costituzione globale

Il problema
Guerre, genocidi, riarmo, sanzioni economiche, soprusi e ricatti degli Stati più forti nei confronti dei più deboli, segnano in modo inequivocabile la fine dell’ordine internazionale delineato con la Carta delle Nazioni Unite del 1945, la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e i Patti internazionali sui diritti civili del 1966. Atti solenni che avevano un unico scopo: evitare il ripetersi delle tragiche guerre del ’900, con oltre 70 milioni di morti, e garantire dignità e sussistenza a tutta l’umanità. Principi ben presenti nella nostra Costituzione che all’art.11 “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Con l’abbattimento del muro di Berlino del 1989 sembrava essere venuta meno anche la barriera che resisteva ad una piena collaborazione tra gli Stati del continente europeo e tra questi e l’insieme degli Stati del mondo.Sono propositi lasciati colpevolmente affievolire nei decenni e oggi brutalmente calpestati da azioni che mirano alla cancellazione del diritto internazionale e delle stesse Nazioni Unite. Prova ne sono, tra l’altro:
le recenti violazioni del diritto internazionale in Ucraina, a Gaza, in Iran, in Venezuela, nelle acque internazionali del Mediterraneo e negli oltre 50 conflitti armati attivi nel mondo; il numero più alto dalla fine della seconda guerra mondiale;
il ritiro degli USA, a partire dal 2026, da 31 organismi delle Nazioni Unite, tra cui quelli per i cambiamenti climatici, la sanità mondiale, i diritti umani, ecc.;
la costituzione, il 22 gennaio 2026, di un eufemistico “Consiglio di pace” per Gaza, arbitrariamente nominato e presieduto a vita da Trump. Un Consiglio in cui si entra pagando almeno un miliardo di dollari con il compito di ricostruire, sulle macerie e sui morti di Gaza, non le case per i palestinesi sopravvissuti al genocidio, ma nuovi sfavillanti grattacieli per finalità immobiliari speculative. Una vergogna dalla quale si sono sottratti alcuni Stati invitati da Trump a farne parte, ma non il nostro governo che ha dichiarato di non potervi aderire, per il momento, solo perché impedito dalla Costituzione.
Senza più veli ideologici è in atto su scala globale lo scontro sulle “aree di influenza geopolitica” che altro non sono che i nuovi confini armati pretesi dalle grandi potenze che si contendono il controllo economico e militare del mondo intero. Basti ricordare che in Europa nel 1989 i confini orientali dell’alleanza militare NATO erano di 1.200 km e oggi sono circa 2.600. Dovevano sparire con il crollo del muro di Berlino e invece sono più che raddoppiati. Quello a cui stiamo assistendo è uno scontro selvaggio, senza regole e morale, che impone rigide alleanze tra Stati “amici” contro Stati “nemici”, a loro volta organizzate in forma imperiale con uno Stato sovrano e colonie rigidamente asservite. E’ una prospettiva regressiva che punta a sostituire il diritto internazionale con la forza delle armi, la cooperazione con la competizione; la libertà e la democrazia con la subordinazione servile; la pace con la guerra che, in un mondo con 12.000 testate nucleari divise tra 9 potenze, quasi tutte animate dalla logica del nemico, equivale, prima o poi, all’autodistruzione del genere umano. E’ così che si allontana la possibilità di trovare soluzioni ai grandi problemi del pianeta, a partire dai pericoli incombenti dei cambiamenti climatici, dalle intollerabili diseguaglianze tra i popoli e dagli epocali e ineludibili fenomeni migratori che proprio da queste cause prendono origine.
Purtroppo è una prospettiva che ha fatto propria anche l’Europa, negando i valori di pace e cooperazione internazionale sui quali è stata fondata. Da qui la miopia che oggi la induce da un lato a non spendere una parola per rilanciare il ruolo insostituibile dell’ONU come sede per la regolazione dei rapporti tra tutti gli Stati del mondo, dall’altro ad assumere l’obiettivo di un poderoso riarmo dei propri Stati come unica strategia della politica estera. Con disinvoltura i suoi rappresentanti dichiarano da tempo che la guerra non è eludibile in Europa, che anzi è prevedibile in tempi brevissimi e che per questo dobbiamo riarmarci entro il 2030 per combattere il nemico individuato ora nella Federazione Russa. E’ la filosofia tragica dell’amico-nemico che “naturalizza” la guerra come inevitabile, con il duplice scopo di riarmare gli arsenali e disarmare le coscienze dei cittadini con la negazione di qualsiasi alternativa.
La realtà è diversa. L’alternativa esiste, ma non la si vuole vedere e neppure nominare perché contraria agli interessi selvaggi dei poteri economici e militari. E’ quella di una profonda riforma dell’ONU in linea con i cambiamenti avvenuti dalla sua fondazione ad oggi. Una riforma basata su due capisaldi fondamentali: da un lato l’eliminazione del diritto di veto dei 5 Stati membri del Consiglio di Sicurezza (USA, Russia, Cina, Francia, Regno Unito) che blocca le risoluzioni contrarie ai loro interessi; dall’altro dotando l’ONU di una vera e propria Costituzione che consenta di garantire, con vincoli rigidi che oggi non esistono, la pace e i diritti universali comuni a tutti i cittadini della Terra. Non un governo unico del mondo, ma una Costituzione che, nel rispetto delle diversità di tutti gli Stati e nell’interesse di tutte le persone – povere, ricche, deboli e forti – faccia compiere all’umanità intera un salto di civiltà con la stipulazione di un nuovo patto globale di pacifica convivenza e sopravvivenza. E’ un’alternativa complessa, difficile, ma non impossibile. E’ comunque la sola alternativa realistica alla legge del più forte e alla sudditanza dell’intera umanità alla violenza delle armi, alla politica degli affari e degli interessi dei pochi padroni che oggi stanno conducendo il mondo verso la catastrofe. Nessuno può dire, realisticamente, in che forma e quando questi propositi potranno inverarsi, ma con altrettanta convinzione pensiamo che sia necessario scegliere ora, nel vivo delle intemperie drammatiche che stiamo vivendo, da che parte stare rispetto all’orizzonte alternativo che delinea la Costituzione della Terra: o si condivide e ci si muove coerentemente per realizzarla nel tempo anteponendo sempre il diritto internazionale alla prepotenza della forza, o si nega in quanto ritenuta utopistica finendo per accettare come naturale e ineluttabile ciò che sta accadendo, ossia le competizioni e le guerre militari, economiche, tecnologiche o ibride che siano.
I sottoscrittori del presente documento sono ben consapevoli che i principali ostacoli sono da un lato la cecità e la forza di chi detiene i poteri decisori e dall’altro la sfiducia, l’indifferenza e la rassegnazione sempre più diffuse tra le persone. Sono tuttavia altrettanto convinti che non si debba accettare la catastrofe annunciata come naturale e ineluttabile e che serva, subito, una proposta alternativa per un nuovo ordine mondiale fondato sulla pace e la cooperazione. Per questo ritengono che la Costituzione della Terra sia oggi la sola alternativa realistica al disastro globale ed invitano singoli, associazioni, organizzazioni politiche e istituzioni a dare vita ad un movimento internazionale per sostenerla.
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Firma la petizione:
https://www.change.org/p/dotare-l-onu-di-una-costituzione-globale?recruited_by_id=cca22f60-01b7-11f1-9655-9755b79fbf75&utm_source=share_petition&utm_campaign=psf_combo_share_message&utm_term=psf&utm_medium=copylink
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FirmatariGrazia Viaggi; Simonetta Noè Massa M.ma, Massimo Zucconi; Rossano Pazzagli Suvereto, Ado Gr, Lido Andreoni, Adriano Bruschi; Fabio Baldassarri; Franca Grassi Campiglia, Mario Gottini; Franceilli, Andrea Baldassarri, Giovanni Manetti, Marco Lamisco Taruntoli, Alberta Ticciati; Silvia Benedettini; Iacopo Bernardini; Matteo Brogioni; Stella Zannoni; Sara Brogioni;, Elisa Papa; Patrizio Alberini; Debora Teglia, Maria Cristina Campaiola; Teresa Bettini; Jole Bertaccini; Leonardo Mastroleo; Fabrizio Zucconi; Jessica Pasquini; Monica Pierulivo; Eraldo Ridi; Ivana Guarguaglini; Paolo Bertini; Alessandro Rossi; Francesco Taruntoli; Maria Concetta Mondello; Raffaella Biagioli; Simona Capra; Aldo Bassoni; Paolo Dolfi; Giulia Gentile; Ruggero Stanga; Giorgio Salvini; Leonardo Petri; Stefano Tamburini; Adolfo Carrari; Cristina Berlini; Silvia Guideri; Chiara Cilli; Alessandro Micheletti; Maria Christine Mastroleo; Elisabetta Lazzeri; Deborah Ceravolo; Adeanna Grilli; Soriana Montomoli; Cinzia Tarquino; Alessandra Doni; Sarina Chiarchiaro; Gabriella Verrucci; Francesco Vanni; Lorella Niccolini; Silvia Tagliaferri; Silvana Sardi; Roberta Casali; Lorella; Giovanna Barsotti; Roberta Barsotti; Daniela De Rossi; Antonietta Atticciati; Fulvia Carrucoli; Maddalena Castellini; Luciana Marchetti; Ivana Zannerini; Simonetta Pesci; Renato Tonelli; Stefano Tognoni; Abra Grilli; Giovanni Ugolini; Vittoriano Bernardeschi; Erika Grilli; Franca Petrocchi; Paola Ferretti; Giuseppe Fulceri; Nicoletta Mastroleo; Giovanni Morlino; Patrizia Viaggi; Patrizia Costa; Franca Orlandini; Grazia Ruggeri; Roberto Rossi; Elisabetta Massone; Nadia Marchionni; Graziella Pocci; Alvaro Mastroleo; Loredana Teglia; Ada Sampietro; Manfredo Bianchi; Rosanna Rossi; Gianni Federico; Paola Anzuini; Patrizia Pagnini; Manuela Gori; Maria Rocchi; Francesca Pacini; Martina Pacini; Michele Zucconi; Paola Guglielmi; Rosaria Lombardo; Neda Caroti; Clara Bozolan; Laura Anzuini; Deanna Anichini; Paola Ribechini; Annalisa Morganti; Luana Fiorini; Vilna Francini; Donatella Salvestrini; Chiara Braccialini; Gaia Gaggioli; Vanna Petrocchi; Riccardo Bellucci; Carla Longobardi; Gianna Longobardi; Domenico Ambrosino; Gianluca Ambrosino; Rosetta De Martino; Gianni Fenu; Evi Govi; Tiziana Sileoni; Renato Gori; Mabel Zanelli; Teloni Giuseppe; Veronica Chelli; Francesca Nucci; Eleonora Montagnani Piombino, David Romagnani; Graziano Simoncini; Massimo Lami Piombino, Ugo Preziosi; Renzo Carletti; Alessandro De Gregorio; Edoardo Parello; Francesca Villani; Luciano Francardi; Paola Minelli; Paola Pellegrini; Anna Tempestini; Doriano Baldassarri Piombino, Davide Leonelli; Marcello Piccini; Claudia Carnesecchi! Cristina Quochi; Sabrina Biscetti; Agostino Da Robbio; Patrizio Donati; Fabrizio Vanni; Nide Da Mommio; Doriano Scali; Adriana Taffara; Francesca Tai; Rosanna Matteo Leonetti; Mirko Pierini;Rebecca Baldassarri; Fiorella Gasperini; Paola Reggiani; Luca Aterini; Diego Barsotti; Emiliano Carnieri; Stefano Zocco Pisana; Andrea Schiffer; Manrico Golfarini; Michela Pertici; Leonardo Barsalini; Alessandro Grassi; Carlo Giangregorio; Lorenzo Partesotti; Filippo Di Rocca; Maurizio Giacobbe, Chiara Golfarini; Lucrezia Ferrà; Matteo Fontana; Gianluca Camerini; Miretta Beccari; Sergio Mori; Clelia Cucca; Enrico Pompeo; Maurizio Villani; Jacopo Bertocchi; Roberto Busdraghi; Federica Becherini; Cinzia Bartalini; Luciano Nocenti; Odetta Barani.
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Deterrenza digitale: l’intelligenza artificiale diventa la nuova arma egemonica di Washington
Di Jamal Meselmani* – The CraddleGli Stati Uniti stanno utilizzando l’intelligenza artificiale come arma per integrare il controllo imperiale nelle infrastrutture digitali dei loro alleati e rivali.
Per oltre un secolo, oleodotti e rotte di navigazione hanno sostenuto le rivalità militari ed economiche mondiali. Oggi, quella mappa del potere è in fase di ridisegno. A Washington, nella Silicon Valley e al Pentagono, si sta tracciando una nuova mappa del dominio, ancorata non al petrolio o alle rotte marittime, ma al silicio, alla capacità di calcolo e al controllo delle infrastrutture digitali.
L’intelligenza artificiale (IA) riorganizza la geopolitica nel suo nucleo. Le guerre in Ucraina, il restringimento dei punti critici nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz e l’improvviso corteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela dimostrano che la geografia è ancora importante.
Ma nell’ultimo decennio è emersa un’infrastruttura parallela: digitale, fondamentale e sempre più sovrana. Al centro c’è il calcolo, che comprende l’hardware, l’energia e la capacità di elaborazione che alimentano i modelli avanzati di intelligenza artificiale. Washington intende monopolizzare questo potere .
La supremazia computazionale come dottrina strategica
Ciò che un tempo veniva pubblicizzato come innovazione si è consolidato in un’infrastruttura sovrana. I sistemi di intelligenza artificiale ora supportano la pianificazione militare, la logistica e il coordinamento economico. Gli Stati dotati di capacità informatiche avanzate possiedono un vantaggio strategico che si estende sia all’ambito economico che a quello militare.
Gli Stati Uniti hanno colto per tempo questo cambiamento. Non considerano l’intelligenza artificiale come un settore speculativo, ma come un pilastro del dominio strategico. Con questa prospettiva, Washington ha allineato capitale privato, ricerca accademica, dottrina militare e politica industriale in un’architettura coerente volta alla preminenza globale.
I numeri riflettono questa ambizione. Lo Stanford AI Index 2025 riporta investimenti privati in IA negli Stati Uniti pari a 109,1 miliardi di dollari in un solo anno, 12 volte in più rispetto alla Cina e 24 volte in più rispetto al Regno Unito. Gli investimenti istituzionali hanno superato i 252 miliardi di dollari . Ciò riflette una strategia deliberata volta a costruire data center iperscalabili, concentrare i talenti e implementare modelli su una scala che rimane inaccessibile alla maggior parte degli stati.
Questo accumulo digitale si scontra con la crescente ondata di resistenza multipolare. In tutta l’Asia occidentale e nel Sud del mondo, stati e movimenti allineati con l’Asse della Resistenza considerano sempre più l’infrastruttura di intelligenza artificiale guidata dagli Stati Uniti come una forma di controllo neo-imperiale , che rispecchia le precedenti battaglie per petrolio, valuta e armi. Ciò che un tempo si basava su navi da guerra e sanzioni ora si muove attraverso data center e gatekeeping algoritmici.
Ciò ha già iniziato a plasmare la posizione strategica dei movimenti di resistenza e dei loro alleati. L’Iran, ad esempio, ha pubblicamente collegato il controllo dei flussi di dati e delle infrastrutture alla sovranità nazionale . Gli attori della resistenza e i sostenitori dei diritti digitali hanno ripetutamente criticato le piattaforme tecnologiche occidentali per la censura e la sorveglianza sistemiche dei contenuti e del dissenso palestinesi, inquadrando il controllo delle infrastrutture digitali come parte di una più ampia lotta per la narrazione e il potere.
Il chip AI chokehold e Pax Silica
Il cuore pulsante dell’intelligenza artificiale è il silicio. Chip, acceleratori e server sono alla base di ogni modello e sono sempre più monopolizzati. Negli Stati Uniti, il fatturato di Nvidia nel settore dei data center ha raggiunto quasi 39 miliardi di dollari in un solo trimestre.
Gli eserciti moderni si affidano ora all’intelligenza artificiale per pilotare droni , analizzare i segnali satellitari, difendere le reti e calibrare i sistemi missilistici. L’infrastruttura informatica è diventata un campo di battaglia fondamentale a sé stante. Consapevole di ciò, Washington ha trasformato i controlli sulle esportazioni in blocchi strategici , prendendo di mira l’accesso della Cina ai chip di fascia alta.
Pechino, in risposta, ha incrementato la produzione nazionale di chip, costruito enormi centri dati e integrato l’intelligenza artificiale nella pianificazione sia civile che militare.
L’iniziativa Pax Silica del Dipartimento di Stato americano delinea un’alleanza tecnico-industriale che abbraccia Giappone, Corea del Sud, Paesi Bassi e Israele. Descritta come una “rete di fiducia” per le catene di fornitura dell’intelligenza artificiale, questa struttura integra elaborazione, energia e fabbricazione in un blocco condiviso.
L’integrazione di Israele nella guerra informatica, nelle tecnologie di sorveglianza e nelle applicazioni militari basate sull’intelligenza artificiale lo posiziona come un nodo di sicurezza chiave nel quadro strategico di Washington. Tel Aviv porta con sé strumenti collaudati sul campo di battaglia e una dottrina operativa affinata in decenni di occupazione e conflitti regionali.
Attraverso questa rete, l’infrastruttura informatica funge anche da leva politica. Gli alleati all’interno del sistema ottengono un accesso privilegiato alla tecnologia e agli investimenti. Quelli all’esterno affrontano esclusione, scarsità e costi crescenti. L’infrastruttura di intelligenza artificiale diventa sia la carota che il bastone.
Un tempo considerata neutrale, l’architettura digitale è diventata uno strumento di disciplina strategica. La costruzione di alleanze da parte di Washington si basa sempre più sul controllo della larghezza di banda, dei chip e dello spazio sui server. L’accesso al computer è calibrato in base all’allineamento.
La presenza di aziende israeliane nei forum sulla sicurezza informatica e sulla tecnologia militare in Asia e Africa consolida ulteriormente questo allineamento. Joint venture e accordi di esportazione confondono il confine tra partnership economica e dipendenza militare.
Intelligenza artificiale, energia e dipendenza forzata
La battaglia per l’hardware ora si inserisce in un progetto più ampio: il controllo della distribuzione globale. Il vero vantaggio risiede nel dominio dell’infrastruttura cloud. Da Amazon Web Services a Microsoft Azure, gli Stati Uniti cercano di affermarsi come substrato dell’economia digitale globale, definendone le regole, i permessi e i termini di partecipazione.
I governi e le aziende di tutto il mondo che si affidano alle infrastrutture cloud statunitensi operano entro vincoli legali e operativi definiti a Washington. Il disimpegno da queste piattaforme comporta pesanti sanzioni politiche ed economiche.
Queste dinamiche sono già emerse nel conflitto del Mar Rosso , dove le Forze Armate yemenite (YAF) allineate ad Ansarallah hanno dimostrato sistemi di puntamento adattivi e capacità informatiche . Sebbene asimmetrici, tali strumenti riflettono la crescente portata dell’IA negli arsenali della resistenza e la corrispondente urgenza di Washington di negare l’accesso ai blocchi rivali. Washington ottiene il controllo non con la forza, ma attraverso l’architettura.
Esiste anche una dimensione materiale. L’esecuzione di modelli su larga scala consuma quantità impressionanti di elettricità. Il calcolo richiede centrali elettriche, reti di raffreddamento e flussi di energia ininterrotti. In questo senso, l’intelligenza artificiale è profondamente fisica: si basa su materie prime, infrastrutture estrattive e controllo territoriale.
Questa convergenza tra politica informatica ed energetica rivela il disegno più ampio di Washington. L’incremento dell’intelligenza artificiale non è altro che una riaffermazione dell’egemonia statunitense all’insegna dell’innovazione.
Chiudere il cerchio: l’intelligenza artificiale come infrastruttura imperiale
L’intelligenza artificiale è ora al centro della grande strategia statunitense, e sta alla base degli sforzi di Washington per rafforzare l’architettura del controllo unipolare. Quella che è iniziata come una corsa al vantaggio tecnico si è trasformata in un’infrastruttura di dominio, che si estende alle reti energetiche, alle catene di fornitura di chip e alle piattaforme cloud che ora plasmano l’accesso alla vita economica.Questo è il nuovo terreno di scontro. Tel Aviv può portare gli strumenti informatici, Seul la fabbricazione e la Silicon Valley i server, ma le leve restano nelle mani di Washington. Il territorio digitale viene ritagliato, razionato e controllato.
Per il Sud del mondo, le linee del fronte si sono già spostate. Le infrastrutture non sono più una zona neutrale. Che si tratti di chipset autorizzati o di accesso al cloud con licenza, il controllo di Washington sull’informatica definisce i confini politici di quest’epoca.
*Jamal Meselmani, consulente, ricercatore e docente specializzato in trasformazione digitale, intelligenza artificiale e sicurezza digitale. La sua esperienza abbraccia anche creatività e innovazione, economia digitale e leadership educativa. Scrive e conduce analisi approfondite su questioni legate alla tecnologia a livello locale e globale, con particolare attenzione all’impatto geopolitico della tecnologia sui conflitti internazionali, sulla sicurezza nazionale e sull’economia globale.
Leggi anche: https://projectallende.org/spain-to-defend-digital-sovereignty-against-foreign-coercion/
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