Other news. Soffiate e pettegolezzi, la lotta alla corruzione di Xi diventa un business / Il petrolio venezuelano accaparrato da Washington: che fine hanno fatto i proventi del petrolio dal 3 gennaio 2026?

img_7945Soffiate e pettegolezzi, la lotta alla corruzione di Xi diventa un business

Di Alessandra Colarizzi*- China Files

Indiscrezioni sulle prossime epurazioni anticorruzione. Su WeChat e Douyin circolano indizi criptici — curriculum, fotografie, giochi di parole e allusioni — che in alcuni casi anticipano di giorni o settimane l’annuncio ufficiale delle indagini. La campagna di Xi contro i corrotti è diventata così pervasiva da alimentare un vero mercato clandestino di informazioni riservate.

Il 6 luglio 2025, la cronologia dettagliata della carriera dell’ex sindaco di Wuhan, Zhou Xianwang, comincia a circolare sui social cinesi. Solo due giorni dopo, la Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, il principale organo anticorruzione del paese, annuncia che l’uomo è sotto inchiesta. Alla fine di novembre, a rimbalzare in rete è un’immagine dell’ex quadro, Ye Hongzhuan, affiancata dall’emoji di una tazza da tè, metafora ricorrente in Cina in caso di un interrogatorio della polizia. Passata una settimana, il compagno Ye viene ufficialmente indagato. A marzo sono due alti funzionari municipali del Sud della Cina a cadere. Le loro foto erano apparse su WeChat e Douyin solo pochi giorni prima.

Dietro i post premonitori ci sono “L’Insider del lago Yanglan” e “Fratello Zihao del Guangdong”, misteriosi utenti diventati popolari per le loro doti predittive. O meglio per l’incredibile fiuto e la capacità di procacciarsi indiscrezioni sui funzionari finiti nel mirino delle autorità disciplinari ancora prima della conferma ufficiale. Un’abilità non da poco in Cina, dove vige stretto riserbo sulle trame della politica interna e la diffusione di informazioni riguardanti le purghe dei funzionari viene orchestrata dall’alto seguendo un rigido protocollo.

Più che veggenti “L’Insider del lago Yanglan” e “Fratello Zihao” sono infatti gli ingranaggi di un insolito mercato nero che ha trasformato la scarsa trasparenza del sistema politico cinese in una fonte di guadagno. Sul fenomeno ha fatto recentemente luce Banyuetan, bimestrale pubblicato dall’ agenzia di stampa statale Xinhua. Il canale privilegiato per la diffusione dei rumors sono appunto i social network. Spesso le soffiate arrivano da chat di gruppo chiuse per poi essere divulgate all’esterno da account indipendenti con messaggi in codice: caratteri omofoni, emoji e soprannomi permettono di alludere alle imminenti indagini senza attirare l’attenzione dei censori. In alcuni casi le accuse di corruzione e le notizie scandalistiche si rivelano del tutto infondate; altre volte vengono gonfiate con l’intento di generare maggiori traffico e guadagno. Accedere alle esclusive chat costa infatti poche decine fino a diverse centinaia di yuan, l’equivalente di circa 120 dollari. Non moltissimo, certo. Ma la viralità dei pettegolezzi favorisce l’arrivo continuo di nuovi membri paganti attingendo a un bacino di users potenzialmente immenso, considerata l’ampiezza dell’internet cinese.

Ad alimentare l’inatteso giro di affari è la portata travolgente della campagna contro la corruzione lanciata dal presidente Xi Jinping alla fine del 2012 per ravvivare la fiducia dei cittadini nei confronti del partito. Da allora oltre sette milioni di persone sono state sanzionate per comportamenti che spaziano dalla concussione alla violazione delle direttive del partito fino alla divulgazione di segreti di Stato. Solo lo scorso anno i perseguiti sono stati 983.000, il numero più alto mai registrato nell’arco di dodici mesi. Una battaglia senza fine, quella di Xi, che non sembra stare dando i risultati sperati.

Al vertice della piramide, ben sopra “Fratello Zihou” e colleghi, spesso figurano infatti dipendenti pubblici. “Un piccolo numero di funzionari” – sostiene Banyuetan – disposti a divulgare le informazioni interne relative a procedimenti disciplinari, rivendute poi online attraverso i vari intermediari online, come “Fratello Zihou”, appunto. Il rapporto cita ad esempio un quadro di Guiyang che, in combutta con sei parenti, gestiva nove account WeChat attraverso i quali venivano pubblicati indizi su imminenti promozioni ed epurazioni.

Talvolta “le talpe” sono proprio gli stessi uomini dell’apparato anti-corruzione. Nonostante un inasprimento della sorveglianza interna, nel 2023 il partito ha annunciato provvedimenti formali contro oltre 7.800 ispettori disciplinari, il numero più alto registrato dall’arrivo di Xi al potere. Il business delle speculazioni politiche presenta elevati rischi per Pechino. Non solo le indiscrezioni possono aiutare i sospettati a sottrarsi all’arresto. Come ricorda il Wall Street Journal, le inchieste per corruzione possono avere ripercussioni economiche non indifferenti. Nel 2022 la China Merchants Bank, uno dei principali istituti di credito commerciali del paese, ha visto il prezzo delle sue azioni crollare dopo che l’ex presidente, Tian Huiyu, è stato indagato.

Combattere il traffico dei pettegolezzi non sarà semplice. Più il partito si ammanta di segretezza, più aumenta la curiosità dei cittadini. Specialmente in vista del prossimo Congresso, programmato per l’autunno 2027, quando buona parte della leadership cinese si rinnoverà. E proprio ora che la “caccia alla talpa” è entrata nel vivo, le armi a disposizione delle autorità si stanno rivelando inefficaci.

Come spiegato dagli inquirenti, gran parte del materiale diffuso consiste in dati pubblici: la semplice condivisione in rete del curriculum di un funzionario non viola le leggi in materia di falsificazione o divulgazione di segreti di Stato, privando le autorità di una chiara base giuridica per punire i responsabili. Allo stesso tempo, non avendo accesso ai dettagli dei casi, le forze dell’ordine non sono nella posizione di poter smentire preventivamente le accuse di corruzione. Secondo il quotidiano di Singapore Lianhe Zaobao, nel Guizhou e in altre province, gli organi di controllo e vigilanza disciplinare hanno istituito meccanismi di condivisione e coordinamento delle informazioni con la polizia per affrontare le “nuove tipologie di fughe di notizie”.

Ma il problema è a monte: l’opacità dei processi decisionali e un sistema di sorveglianza infiltrato dalla politica e privo di supervisione esterna che lascia vie di fuga alle “mele marce”. Così inaspriti controlli e provvedimenti, la corruzione non si è estinta. Ha semplicemente trovato canali più ingegnosi e discreti.

*Classe ’84, romana doc. Direttrice editoriale di China Files. Nel 2010 si laurea con lode in lingua e cultura cinese presso la facoltà di Studi Orientali (La Sapienza). Appena terminati gli studi tra Roma e Pechino, comincia a muovere i primi passi nel giornalismo presso le redazioni di Agi e Xinhua. Oggi scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra le quali Il Fatto Quotidiano, Milano Finanza e il Messaggero. Ha realizzato diversi reportage dall’Asia Centrale, dove ha effettuato ricerche sul progetto Belt and Road Initiative. È autrice di Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro.
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Il petrolio venezuelano accaparrato da Washington: che fine hanno fatto i proventi del petrolio dal 3 gennaio 2026?

Di Eric Toussaint* – Sin Permiso

Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione militare contro il Venezuela che è culminata con la cattura e il rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, e il loro trasferimento forzato negli Stati Uniti. Durante questa aggressione, condotta con 150 velivoli, hanno perso la vita un centinaio di persone, tra cui 32 cubani che hanno cercato di proteggere la presidenza del Paese; le altre vittime erano venezuelane. Poche ore dopo questo intervento, Donald Trump ha annunciato che Washington intendeva controllare temporaneamente il Venezuela e sfruttare le sue risorse petrolifere.

Questo intervento ha rappresentato, quindi, una svolta cruciale nella storia recente del Venezuela. La vicepresidente della Repubblica e altre autorità hanno di fatto accettato la situazione e si sono sottomesse alla volontà di Donald Trump e della sua amministrazione. L’aggressione armata perpetrata dall’esercito statunitense e la sottomissione delle autorità di Caracas hanno permesso a Washington di prendere il controllo delle esportazioni petrolifere del Paese e, soprattutto, di controllare i conti su cui vengono versati i proventi derivanti da tali esportazioni.

La questione assume ancora maggiore importanza se si considera che il Venezuela possiede le maggiori riserve accertate di petrolio al mondo. Per decenni, il petrolio è stato la principale fonte di entrate estere del Paese. Il controllo di queste entrate è quindi uno strumento fondamentale di controllo economico e politico.

Entrate petrolifere relativamente modeste prima dell’intervento statunitense

Innanzitutto, vale la pena ricordare le entrate petrolifere registrate prima dell’intervento del 3 gennaio 2026. Secondo i dati pubblicati nel marzo 2026 dalla Banca Centrale del Venezuela, le esportazioni petrolifere hanno generato 18.400 milioni di dollari nel 2024 e 18.200 milioni di dollari nel 2025.[1] Si tratta di entrate derivanti dall’esportazione di petrolio e non dell’utile netto della compagnia petrolifera statale PDVSA né delle entrate fiscali dello Stato.

Queste cifre sono relativamente basse se si tiene conto del potenziale petrolifero del Paese e delle sue riserve. Riflettono, in particolare, il livello di produzione, che rimane molto inferiore a quello dei decenni precedenti, le difficoltà dell’industria petrolifera, le sanzioni statunitensi e le condizioni in cui il Venezuela doveva commercializzare il proprio petrolio.

Il contrasto con il periodo successivo al 3 gennaio 2026 risulta quindi particolarmente evidente.

Dopo il 3 gennaio: Washington prende il controllo delle esportazioni

Dopo il sequestro di Nicolás Maduro e di sua moglie, l’amministrazione Trump ha allentato alcune sanzioni, permettendo al Venezuela di vendere il proprio petrolio con maggiore libertà sui mercati internazionali. Tuttavia, le entrate derivanti da queste vendite non possono essere gestite liberamente dal governo venezuelano. Sono state trasferite su conti gestiti dalle autorità statunitensi. Il decreto presidenziale statunitense del 9 gennaio 2026 è particolarmente rivelatore.[2] Stabilisce un meccanismo volto a proteggere i proventi petroliferi venezuelani depositati sui conti del Tesoro degli Stati Uniti. Washington presenta giuridicamente questi fondi come appartenenti al governo venezuelano, ma li pone sotto la custodia e il controllo delle autorità statunitensi.

Quindi, dal punto di vista giuridico e secondo il meccanismo statunitense, non si tratta di una vera e propria appropriazione dei proventi da parte del Tesoro degli Stati Uniti. Ma il risultato politico ed economico è fondamentale: il Venezuela non controlla più liberamente i proventi derivanti dal suo principale prodotto di esportazione. È Washington a controllarne la riscossione, la conservazione e l’erogazione.

Questa situazione conferisce al dispositivo una dimensione chiaramente neocoloniale.

Joaquín Castro, membro del Congresso democratico, ha dichiarato al Financial Times: «L’invasione del Venezuela da parte di Trump è stata motivata, fin dall’inizio, dal petrolio, dal potere e dalla corruzione, dato che l’amministrazione Trump controlla miliardi di dollari di entrate petrolifere venezuelane senza alcuna trasparenza né garanzia». Ha aggiunto che il Congresso veniva tenuto «all’oscuro». [3] Il Financial Times ricorda che «Poco dopo l’incursione di gennaio, il presidente Trump ha dichiarato che quei proventi “sarebbero stati controllati da me”».

Secondo il quotidiano londinese: «A giugno, Trump ha affermato che gli Stati Uniti avevano recuperato “28 volte” il costo dell’operazione militare in Venezuela grazie al petrolio, e ha aggiunto che gli Stati Uniti “stavano anche guadagnando un sacco di soldi”».

Un forte aumento delle esportazioni

L’assunzione del controllo da parte degli Stati Uniti è stata accompagnata da un rapido aumento delle esportazioni di petrolio.

Secondo il Council on Foreign Relations, il valore stimato delle esportazioni controllate dagli Stati Uniti è passato da circa 600 milioni di dollari a gennaio a circa 3.700 milioni di dollari ad aprile del 2026. Gli Stati Uniti hanno assorbito circa il 43% delle esportazioni, l’India il 26% e la Spagna l’8%. [4]

Nel primo trimestre del 2026, la Banca Centrale del Venezuela ha registrato 5,49 miliardi di dollari di entrate dalle esportazioni petrolifere, il che rappresenta un aumento del 21,5% rispetto al primo trimestre del 2025. [5]

Ma bisogna distinguere tra due cose: i ricavi registrati dalle statistiche venezuelane e le somme di cui dispone effettivamente il governo venezuelano. È proprio su questo secondo punto che inizia l’opacità.

Oltre 13.000 milioni di dollari di ricavi da gennaio

Alla fine di luglio del 2026, il Financial Times stimava che le vendite di petrolio venezuelano avessero generato più di 13.000 milioni di dollari dall’inizio dell’anno e che questi ricavi fossero transitati attraverso conti controllati dal governo statunitense.[6] Questa stima si basa sui volumi esportati e sui prezzi a cui è stato venduto il petrolio venezuelano.

Si tratta di una cifra considerevole. Rappresenta, in soli pochi mesi, circa il 70% dei ricavi petroliferi che il Venezuela aveva ottenuto durante tutto il 2025.

Tuttavia, non bisogna interpretare questi 13 miliardi come un profitto netto degli Stati Uniti. Si tratta di una stima del valore dei ricavi derivanti dalle vendite di petrolio soggette al controllo del sistema statunitense. Una parte di questi ricavi deve coprire i costi legati alla commercializzazione, al trasporto, agli intermediari e al funzionamento dell’industria petrolifera.

La domanda cruciale è quindi: quale parte di questi ricavi è effettivamente tornata in Venezuela?

Quanti soldi sono stati trasferiti in Venezuela?

È qui che l’opacità assume particolare rilevanza.

A gennaio era stato istituito un primo meccanismo tramite un conto in Qatar. Il segretario di Stato, Marco Rubio, aveva indicato che erano stati trasferiti 300 milioni di dollari in Venezuela, mentre su quel conto ne rimanevano ancora circa 200 milioni. Successivamente, il segretario all’Energia, Chris Wright, ha affermato che alla fine erano stati trasferiti in Venezuela tutti i 500 milioni.

In seguito, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato al Congresso che erano stati autorizzati circa 3.000 milioni di dollari da trasferire in Venezuela. Washington ha affermato che questi fondi erano destinati, tra le altre cose, a finanziare le spese di funzionamento del governo venezuelano e dell’industria petrolifera.

Tuttavia, questa affermazione non permette di sapere con certezza l’importo effettivamente trasferito e speso.

Secondo il Financial Times, il governo venezuelano, da parte sua, ha reso pubblico un registro dei trasferimenti nel marzo 2026. Tuttavia, secondo l’articolo del Financial Times del 22 luglio 2026, in tale registro figurava un solo trasferimento di 300 milioni di dollari. Siamo riusciti a trovare il link a un portale creato dal governo di Delcy Rodríguez: «Transparencia Soberana», destinato a rendere pubblici le entrate e le uscite. Al momento della consultazione, il 15 agosto 2026, il portale mostrava effettivamente solo un’operazione da 300 milioni di dollari, corrispondente a una «vendita straordinaria di gasolio», destinata interamente, secondo le informazioni presenti sul sito in questione, al Fondo di Protezione Sociale per l’aumento del salario minimo dei lavoratori sotto forma di bonus.

Il Dipartimento di Stato, dal canto suo, afferma che sono stati autorizzati o versati circa 3 miliardi. Al momento non esiste una contabilità pubblica completa che permetta di far quadrare queste due cifre.

A cosa dice Washington di destinare i soldi?

Le autorità statunitensi hanno fornito alcune indicazioni.

Secondo le informazioni fornite al Congresso, i fondi sono stati utilizzati, tra le altre cose, per pagare gli stipendi dei lavoratori del governo venezuelano e per finanziare le attrezzature e le forniture necessarie all’industria petrolifera.

Tuttavia, Washington non ha pubblicato alcuna ripartizione che permetta di sapere quanto sia stato destinato agli stipendi, quanto alle attrezzature petrolifere e quanto ad altre spese.

Questa mancanza di trasparenza è ancora più sorprendente se si considera che il Dipartimento di Stato aveva annunciato l’avvio di un meccanismo di revisione contabile a cura di KPMG, con rapporti trimestrali. Il Council on Foreign Relations ha recentemente sottolineato che non è stato pubblicato alcun rapporto pubblico dettagliato.

D’altra parte, il Dipartimento di Stato ha firmato con KPMG un contratto che può arrivare a 84,4 milioni di dollari per un meccanismo di trasparenza sui proventi derivanti dalle risorse naturali del Venezuela.[7]

La situazione risulta quindi paradossale: gli Stati Uniti controllano miliardi di dollari di entrate petrolifere venezuelane e hanno istituito un meccanismo di revisione contabile, ma il pubblico continua a non disporre di un rapporto dettagliato che permetta di seguire tutti i flussi finanziari.

Un controllo che offre a Washington un potente strumento di pressione

Il controllo delle entrate petrolifere offre agli Stati Uniti un notevole strumento di pressione sul governo di Delcy Rodríguez.

Il governo venezuelano può continuare a esportare petrolio, tranne che a Cuba – che, però, ne ha un bisogno vitale –, ma non può disporre liberamente dei proventi derivanti da tali esportazioni. Washington decide le condizioni alle quali vengono sbloccati i fondi e, in questo modo, può influenzare direttamente la spesa del governo.

Pertanto, il meccanismo va ben oltre le sanzioni economiche che hanno preceduto l’intervento.

Le sanzioni miravano a impedire o limitare determinate transazioni con il Venezuela. Il nuovo dispositivo permette a Washington di controllare il circuito finanziario della stragrande maggioranza delle esportazioni venezuelane.

Il ritorno delle compagnie petrolifere straniere

Il controllo dei proventi va di pari passo con una trasformazione del settore petrolifero.

Il nuovo governo venezuelano ha approvato una riforma della legislazione sugli idrocarburi che apre ancora di più il settore agli investimenti stranieri e riduce alcune delle prerogative di cui disponeva in precedenza la PDVSA. Diverse aziende straniere hanno ripreso o ampliato le loro attività in Venezuela. Tra queste ci sono Chevron, Shell, Eni, Repsol e, ora, BP.

Questa evoluzione non significa che tutte queste aziende lavorino per conto del governo statunitense. Ma si inserisce in una riorganizzazione del settore petrolifero voluta da Washington: aumento della produzione, ritorno delle aziende occidentali, maggiore apertura al capitale straniero e controllo statunitense sul circuito finanziario delle esportazioni.

Il Venezuela diventa così un produttore di petrolio la cui capacità di esportazione cresce rapidamente, ma i cui ricavi non sono più sotto il controllo assoluto dello Stato.

Un paradosso: più petrolio, ma non necessariamente più risorse a disposizione dello Stato

Nel 2024 e nel 2025, il Venezuela aveva incassato circa 18 miliardi di dollari all’anno grazie alle esportazioni di petrolio. Dopo l’intervento statunitense, le esportazioni sono aumentate notevolmente e il valore delle vendite controllate da Washington ha superato i 13 miliardi di dollari in pochi mesi.

Ci si aspetterebbe che questo aumento delle entrate si traducesse rapidamente in un miglioramento sostanziale della situazione economica e sociale del Paese.

Tuttavia, gli effetti rimangono limitati. Il Financial Times segnalava a luglio che l’economia venezuelana non sembrava registrare un miglioramento commisurato all’entità delle entrate petrolifere generate.

Un sistema di stampo neocoloniale

Il Venezuela possiede le risorse. Le aziende estraggono e vendono il petrolio. Gli acquirenti internazionali pagano queste spedizioni. Ma i proventi vengono trasferiti su conti sotto il controllo delle autorità statunitensi, che stabiliscono le condizioni alle quali il governo venezuelano può disporre di tali risorse.

È proprio il controllo delle entrate a costituire qui la sfida principale.

Il meccanismo istituito dopo il 3 gennaio 2026 instaura un rapporto di dipendenza economica particolarmente profondo: uno Stato «sovrano» continua a produrre ed esportare la sua principale ricchezza naturale, ma una potenza straniera controlla i proventi finanziari derivanti da tali esportazioni.

Lo stesso Financial Times ha sottolineato che questo meccanismo potrebbe essere considerato un rapporto «quasi neocoloniale», in cui Washington esercita la propria influenza sul governo venezuelano attraverso il controllo dei suoi proventi petroliferi.

Conclusione

L’aggressione militare statunitense del 3 gennaio 2026 ha quindi segnato l’inizio di una nuova fase nella storia del Venezuela.

Per la prima volta su questa scala, gli Stati Uniti controllano direttamente il circuito finanziario delle esportazioni petrolifere venezuelane. Washington afferma di agire come depositario dei fondi appartenenti al Venezuela e di volerli utilizzare a beneficio della popolazione. Ma la mancanza di una contabilità pubblica completa continua a non permettere di sapere con precisione quanti milioni siano stati effettivamente trasferiti al Venezuela, quanti ne siano stati spesi per il suo funzionamento e per la sua industria petrolifera, e quale importo rimanga sotto il controllo statunitense.

Questa opacità non è un aspetto secondario. È proprio al centro del nuovo rapporto neocoloniale instauratosi in Venezuela.

Anche la questione del debito venezuelano va inserita in questo nuovo contesto: il controllo delle entrate petrolifere è ormai un elemento centrale nel rapporto di forze tra i creditori, il governo venezuelano e gli Stati Uniti.

È necessario avviare una revisione contabile partecipativa dei conti pubblici con accesso a tutte le informazioni necessarie, sia sui proventi dello Stato – tra cui i proventi petroliferi – sia sul debito pubblico (i nuovi debiti accumulati, i vecchi debiti che vengono richiesti al Paese e i pagamenti effettuati).

Bisogna riconquistare la sovranità nazionale: la sovranità del popolo sulle risorse del Paese, la sovranità del popolo sui conti pubblici, la sovranità piena e assoluta.

[1] Reuters, «Le esportazioni di petrolio del Venezuela hanno generato 18 miliardi di dollari nel 2025, secondo la Banca Centrale», 24 marzo 2026, https://www.reuters.com/business/energy/venezuela-oil-export…

[2] Donald J. Trump, Casa Bianca, Ordine Esecutivo 14373 “Safeguarding venezuelan oil revenue for the good of the american and venezuelan people” (“Tutela dei proventi petroliferi venezuelani a beneficio dei popoli statunitense e venezuelano”), 9 gennaio 2026, https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2026/01/safe… consultato il 14 agosto 2026

[3] Estratto dal Financial Times, « The U.S. has collected about US$13 billion of Venezuela’s oil money. Where is it?” («Gli Stati Uniti hanno incassato circa 13 miliardi di dollari dai proventi petroliferi del Venezuela. Dove sono finiti?»), 22 luglio 2026, consultato il 14 agosto 2026

[4] Roxanna Vigil, «Gli Stati Uniti hanno preso il controllo dell’industria petrolifera venezuelana. Dove sono finiti tutti i soldi?» («Gli Stati Uniti hanno preso il controllo dell’industria petrolifera venezuelana. Dove sono finiti tutti i soldi?»), pubblicato dal Council on Foreign Relations il 3 giugno 2026, https://www.cfr.org/articles/the-u-s-took-over-venezuelas-oi…, consultato il 14 agosto 2026

[5] Investing.com, « Venezuela oil export revenue rises 21.5% in first quarter » («I ricavi delle esportazioni petrolifere del Venezuela aumentano del 21,5% nel primo trimestre»), pubblicato il 22 giugno 2026, https://www.investing.com/news/economy-news/venezuela-oil-ex… consultato il 14 agosto 2026

[6] Financial Times, «Gli Stati Uniti hanno incassato circa 13 miliardi di dollari dai proventi petroliferi del Venezuela. Dove sono finiti?», 22 luglio 2026, consultato il 14 agosto 2026

[7] Vedi sul sito web del governo degli Stati Uniti: https://govtribe.com/award/federal-contract-award/delivery-o…

*Dottore in Scienze politiche all’Università di Liegi e all’Università di Parigi VIII, è il portavoce del CADTM internazionale e membro del Consiglio scientifico di ATTAC Francia. È autore di diversi libri, tra cui: Banca Mondiale. Una storia critica, El Viejo Topo, 2022; Capitolazione tra adulti. Grecia 2015: Un’alternativa era possibile, El Viejo Topo, Barcellona, 2020; Sistema Debito. Storia dei debiti sovrani e del loro ripudio, Icaria Editorial, Barcellona 2018; Bancocrazia, Icaria Editorial, Barcellona 2015; Uno sguardo allo specchietto retrovisore: il neoliberismo dalle origini ad oggi, Icaria, 2010; Il debito o la vita (scritto insieme a Damien Millet), Icaria, Barcellona, 2011; La crisi globale, El Viejo Topo, Barcellona, 2010; La borsa o la vita: la finanza contro i popoli, Gakoa, 2002. È stato membro della Commissione per la revisione integrale del credito (CAIC) dell’Ecuador dal 2007 al 2011.
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