Monthly Archives: ottobre 2026
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Il movimento per il diritto alla casa ha trasformato la politica spagnola e potrebbe salvare Sánchez il 29 novembre
Di Ben Wray* – Brave New Europe
L’esplosione di un movimento di massa per il diritto alla casa negli ultimi 10 giorni ha riportato la questione delle classi sociali all’ordine del giorno della politica spagnola e ha completamente modificato le dinamiche di un’elezione generale dalla posta in gioco altissima, prevista per il 29 novembre.
Other news
La dipendenza dell’Europa dalle armi di produzione estera è destinata a durare
Di Eurydice Bersi* e Attila Kálmán** – Investigative Europe
Nonostante le ingenti somme stanziate per la difesa, la dipendenza dagli Stati Uniti rimane profondamente radicata, in particolare per quanto riguarda la difesa aerea, mentre sta emergendo una nuova dipendenza da Israele.
Costituente Terra
Panoramica del libro
Con questo volume si compie il percorso iniziato con Per una Costituzione della Terra: non più soltanto la necessità di un costituzionalismo globale, ma il disegno delle istituzioni capaci di renderlo possibile. Un libro destinato a segnare il dibattito sul futuro della democrazia e dell’ordine mondiale.
Costituente Terra

TESI PER UNA NUOVA FASE DI COSTITUENTE TERRA
La costruzione del soggetto associativo politico-culturale della Costituzione della Terra
Documento base per la Conferenza di organizzazione
Premessa
Dall’elaborazione teorica alla costruzione di una comunità politica
Costituente Terra nasce dall’elaborazione teorica di Luigi Ferrajoli e dalla convinzione che l’umanità sia entrata in una nuova fase della propria storia.
La globalizzazione dell’economia, della finanza, delle tecnologie, delle comunicazioni e delle grandi minacce alla sopravvivenza del genere umano ha progressivamente svuotato la capacità degli Stati nazionali di governare processi ormai divenuti planetari. La guerra, il rischio nucleare, la crisi ecologica, l’aumento delle disuguaglianze e il potere assunto da grandi soggetti economici e tecnologici, privi di un effettivo controllo democratico, sono le manifestazioni più evidenti della contraddizione che attraversa il nostro tempo: problemi globali continuano a essere affrontati con istituzioni politiche e giuridiche concepite per un mondo che non esiste più.
Da questa analisi nasce la proposta della Costituzione della Terra e della Federazione della Terra, intese come il necessario sviluppo del costituzionalismo democratico nell’età della globalizzazione.
Essa non rappresenta un’utopia astratta, ma un progetto politico fondato sull’estensione, a livello globale, dei principi che hanno reso possibile la democrazia costituzionale: il primato del diritto sulla forza, la garanzia dei diritti fondamentali, la limitazione di ogni potere e la tutela dei beni comuni dell’umanità.
Per diversi anni questo progetto è stato affidato soprattutto alla forza del pensiero, all’autorevolezza scientifica e morale di Luigi Ferrajoli e al suo instancabile impegno nel promuoverlo nei luoghi della ricerca, della cultura giuridica, delle istituzioni, del confronto politico e delle relazioni internazionali.
Attorno a questa elaborazione si è progressivamente raccolta una rete di studiosi, intellettuali, amministratori, associazioni e cittadini, fino a rendere evidente la necessità di dare al progetto una dimensione collettiva e organizzata.
Nasce così Costituente Terra, per iniziativa di Luigi Ferrajoli e Raniero La Valle, con l’obiettivo di trasformare una grande elaborazione teorica in una comunità politica e culturale capace di promuoverla nella società, nel dibattito pubblico e nelle istituzioni.
Negli anni successivi l’Associazione ha consolidato la propria identità, ha costruito relazioni autorevoli in Italia e all’estero, ha promosso iniziative di rilievo nazionale e internazionale e ha contribuito a far conoscere il progetto della Costituzione della Terra ben oltre l’ambito nel quale esso era nato.
Questa fase può oggi considerarsi compiuta.
Non perché il cammino sia concluso, ma perché il lavoro svolto pone una nuova esigenza: alla forza del progetto deve corrispondere la forza del soggetto collettivo chiamato a promuoverlo.
La Conferenza di organizzazione nasce da questa consapevolezza.
Non è convocata per correggere il percorso compiuto finora, ma per svilupparlo.
Non nasce da una crisi dell’Associazione, bensì dalla responsabilità di rendere Costituente Terra adeguata alla portata storica del progetto che rappresenta.
Organizzare meglio Costituente Terra non costituisce, dunque, un obiettivo separato dalla Costituzione e dalla Federazione della Terra.
È oggi una delle condizioni essenziali per renderne credibile e concreta la prospettiva.
I. La fase fondativa è compiuta
Ogni progetto innovativo attraversa una fase nella quale il compito principale consiste nel costruire il proprio pensiero, definirne l’identità e conquistarne la credibilità.
Per Costituente Terra questa è stata la fase della fondazione.
In questi anni l’Associazione ha saputo elaborare una proposta originale di governo democratico della globalizzazione, promuovere un confronto di alto livello culturale e scientifico, costruire relazioni significative con il mondo dell’università, della giurisdizione, della cultura, del sindacato e dell’associazionismo, avviando un dialogo che ha progressivamente superato i confini nazionali.
Questo patrimonio rappresenta oggi la nostra principale ricchezza.
Sarebbe tuttavia un errore ritenere che esso sia sufficiente.
La storia insegna che nessuna idea, per quanto forte e innovativa, può incidere durevolmente sulla realtà se non si traduce in una comunità organizzata, capace di promuoverla, diffonderla e sostenerla nel tempo.
La Conferenza di organizzazione prende atto che la fase fondativa ha raggiunto i suoi obiettivi essenziali e afferma la necessità di aprire una fase nuova, nella quale il consolidamento dell’organizzazione diventi parte integrante dello sviluppo del progetto politico.
Il passaggio che siamo chiamati a compiere non consiste nel cambiare la natura di Costituente Terra, ma nel portarne a maturazione l’identità.
Dopo avere costruito e fatto conoscere il progetto della Costituzione e della Federazione della Terra, siamo chiamati a costruire con la stessa determinazione il soggetto politico e culturale capace di sostenerlo nel tempo.
II. L’organizzazione è parte del progetto
La crescita di Costituente Terra non risponde a un’esigenza interna di carattere organizzativo.
Essa risponde a una responsabilità politica.
Il progetto della Costituzione della Terra propone la costruzione di istituzioni democratiche capaci di governare i processi globali e di garantire la pace, i diritti fondamentali e la salvaguardia del pianeta.
Un progetto di questa portata non può essere affidato esclusivamente all’autorevolezza delle idee o all’impegno, pur generoso, di singole personalità.
Ha bisogno di una comunità organizzata, stabile, plurale e partecipe.
Così come il costituzionalismo insegna che non esistono diritti effettivi senza garanzie, anche un progetto politico non può svilupparsi senza il soggetto collettivo capace di sostenerlo.
Per questa ragione, la costruzione di Costituente Terra costituisce oggi parte integrante del progetto della Costituzione e della Federazione della Terra.
L’organizzazione non è un apparato. È la forma concreta attraverso la quale un’idea entra nella storia.
Con questa consapevolezza, la Conferenza di organizzazione affida all’intera Associazione il compito di promuovere una nuova fase di crescita, fondata sulla corresponsabilità, sulla partecipazione e sull’assunzione condivisa degli impegni necessari allo sviluppo del progetto.
III. Costruire una comunità politica
La nuova fase di Costituente Terra richiede innanzitutto un cambiamento di prospettiva.
Non si tratta semplicemente di rafforzare una struttura organizzativa, ma di costruire una comunità politica e culturale capace di durare nel tempo, coinvolgere nuove energie e trasformare la condivisione di un progetto in partecipazione attiva.
Una comunità non nasce dalla sola adesione a un’idea.
Nasce dalla possibilità concreta che ciascuno possa sentirsi parte di un cammino comune, contribuire con le proprie competenze e sensibilità, assumere responsabilità e partecipare alla costruzione delle scelte collettive.
Per questa ragione la nuova fase di Costituente Terra dovrà fondarsi su una più ampia partecipazione degli iscritti, sulla valorizzazione delle competenze presenti nell’Associazione e sulla creazione di luoghi permanenti di confronto, di elaborazione e di iniziativa.
Il primo obiettivo è il radicamento territoriale.
Un progetto che propone una trasformazione dell’ordine mondiale deve saper vivere anche nei luoghi concreti nei quali le persone sperimentano quotidianamente gli effetti delle grandi crisi del nostro tempo: le guerre, le disuguaglianze, la precarietà sociale, la crisi ambientale e l’indebolimento delle istituzioni democratiche.
La costruzione di gruppi territoriali non deve essere considerata una semplice articolazione organizzativa.
Essa rappresenta il modo attraverso il quale Costituente Terra entra in relazione con la società, ascolta i territori, promuove cultura politica, sviluppa iniziative e costruisce relazioni con le realtà sociali e istituzionali.
Il secondo obiettivo riguarda la formazione e la comunicazione.
La complessità del progetto della Costituzione della Terra richiede un lavoro permanente di approfondimento culturale e di divulgazione.
Occorre costruire strumenti capaci di rendere accessibile il nostro pensiero, soprattutto alle nuove generazioni, al mondo della scuola, dell’università, della ricerca, dell’associazionismo e dell’impegno civile.
La comunicazione non costituisce un elemento accessorio dell’attività politica.
Essa è oggi uno dei terreni decisivi sui quali si forma la coscienza pubblica.
Le grandi trasformazioni del nostro tempo vengono comprese e orientate anche attraverso la capacità di costruire narrazioni, diffondere conoscenze, creare relazioni e promuovere partecipazione.
Il terzo obiettivo riguarda la qualità della nostra vita associativa.
Una nuova fase richiede una nuova cultura della responsabilità collettiva.
Gli organismi dirigenti devono essere luoghi permanenti di elaborazione politica, di programmazione delle attività, di verifica dei risultati e di coinvolgimento dell’intera comunità associativa.
La crescita di Costituente Terra non può dipendere soltanto dall’impegno, pur straordinario, di alcune persone.
Essa dovrà diventare il risultato di una responsabilità condivisa.
Costruire una comunità politica significa proprio questo: trasformare un insieme di adesioni individuali in una forza collettiva consapevole della propria missione storica.
IV. Una responsabilità verso il futuro
Il progetto della Costituzione e della Federazione della Terra nasce dalla convinzione che l’umanità abbia bisogno di un nuovo orizzonte politico.
La crisi dell’ordine internazionale non può essere affrontata con il ritorno ai nazionalismi, con la competizione tra potenze o con il predominio della forza e della conseguente logica della deterrenza.
Essa richiede un nuovo sviluppo della democrazia costituzionale, capace di estendere a livello globale quei principi di diritto, di uguaglianza e di garanzia dei diritti fondamentali che hanno rappresentato la più alta conquista della civiltà giuridica moderna.
Costituente Terra intende contribuire a questo processo.
Ma nessun progetto di trasformazione storica può essere costruito da un solo soggetto.
La nostra responsabilità consiste nel promuovere relazioni, costruire convergenze e contribuire alla nascita di una rete sempre più ampia di forze culturali, sociali, civili e istituzionali impegnate nella costruzione di un futuro diverso.
Per questo la nuova fase dell’Associazione dovrà essere caratterizzata da una più forte apertura verso la società e verso il mondo.
Dovremo rafforzare il dialogo con il mondo della cultura e della ricerca, con il movimento per la pace, con le organizzazioni impegnate nella tutela dell’ambiente e dei diritti umani, con il sindacato, con l’associazionismo democratico, con gli enti locali e con tutte le reti internazionali che condividono la prospettiva di un nuovo costituzionalismo globale.
La Federazione della Terra non nascerà da un atto improvviso.
Sarà il risultato di un lungo processo storico, culturale e politico nel quale molte esperienze, molti popoli e molte istituzioni saranno chiamati a incontrarsi.
Costituente Terra non pretende di rappresentare da sola questo processo.
Intende però assumersi, con spirito di servizio, la responsabilità di contribuire alla sua costruzione.
V. Gli impegni della nuova fase
Alla luce delle considerazioni svolte, la Conferenza di organizzazione propone al Direttivo e all’intera comunità di Costituente Terra di assumere come priorità della nuova fase i seguenti obiettivi:
• rafforzare il radicamento territoriale dell’Associazione, promuovendo la nascita di nuovi gruppi locali e consolidando il loro rapporto con la dimensione nazionale;
• favorire una partecipazione più ampia degli iscritti, valorizzando le competenze, le esperienze e le disponibilità presenti nella comunità associativa;
• sviluppare strumenti permanenti di formazione, ricerca, comunicazione e approfondimento culturale;
• rafforzare le relazioni con il mondo della cultura, della ricerca, del sindacato, dell’associazionismo e delle istituzioni democratiche;
• consolidare la dimensione internazionale di Costituente Terra, coerentemente con il carattere globale del progetto della Costituzione della Terra;
• promuovere campagne pubbliche, iniziative culturali e momenti di mobilitazione capaci di tradurre il progetto politico in partecipazione civile.
Questi obiettivi non rappresentano un semplice programma organizzativo.
Essi costituiscono le condizioni necessarie affinché Costituente Terra possa svolgere pienamente la missione che si è assegnata.
Conclusione
La Conferenza di organizzazione segna il passaggio dalla fase fondativa alla fase dello sviluppo di Costituente Terra.
In questi anni abbiamo costruito un patrimonio di idee, di relazioni, di credibilità culturale e istituzionale che rappresenta un bene prezioso per l’Associazione e per quanti condividono il progetto della Costituzione e della Federazione della Terra.
Oggi siamo chiamati a compiere un passo ulteriore.
Non basta più elaborare una proposta capace di interpretare le grandi trasformazioni del nostro tempo.
Occorre costruire una comunità politica stabile, partecipata e responsabile, capace di sostenerla, diffonderla e tradurla in iniziativa culturale e politica.
La storia dimostra che nessuna grande trasformazione nasce spontaneamente.
Ogni progresso della democrazia, del diritto e della pace è stato il risultato dell’impegno di donne e uomini che hanno saputo organizzarsi attorno a una visione comune e trasformarla in azione collettiva.
Anche la Costituzione e della Federazione della Terra, per diventare una prospettiva storica concreta, hanno bisogno di un soggetto politico e culturale all’altezza della sfida che propone.
Per questo motivo, la costruzione e il rafforzamento di Costituente Terra costituiscono oggi parte integrante del progetto della Costituzione e della Federazione della Terra.
Con questa Conferenza non si conclude una fase. Se ne apre una nuova.
Una fase nella quale il patrimonio di elaborazione teorica, di relazioni, di esperienze e di credibilità costruito in questi anni dovrà tradursi in una comunità più forte, più partecipata e più capace di incidere nella società e nelle istituzioni.
Se l’umanità si trova davvero a un bivio della propria storia, anche Costituente Terra è chiamata a compiere una scelta.
La scelta è quella di assumersi fino in fondo la responsabilità di contribuire alla costruzione di un futuro fondato sul diritto, sulla pace, sulla giustizia sociale, sulla tutela del pianeta e sulla dignità di ogni persona.
La Costituzione e la federazione della Terra indicano una prospettiva per l’umanità. Costituente Terra è chiamata a costruire, fin d’ora, la comunità politica e culturale capace di accompagnare quel futuro.
Direttivo Costituente Terra
Roma 10 settembre 2026
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APERTA LA SOTTOSCRIZIONE STRAORDINARIA DI COSTITUENTE TERRA
a sostegno della Conferenza di organizzazione e delle tante iniziative in corso di Costituente. Terra.
Obiettivo 3000 euro entro fine anno.
Oggi Costituente Terra è arrivata a un passaggio decisivo: trasformare questa sua crescita culturale e politica ad ogni livello in una struttura organizzata, stabile e capace di agire con continuità
Una rete internazionale in costruzione:
Un progetto radicale imperniato sul costituzionalismo globale eper la Pace, l’Uguaglianza e la difesa della Natura che ci ha fatto crescere ed affermare a livello italiano ed internazionale
La crescita di questi anni ci pone oggi davanti a una responsabilità nuova.
Non basta più produrre e arricchire elaborazione.
Occorre costruire il soggetto capace di portarla nella società.
È questo il senso della Conferenza di Organizzazione avviata nel 2026 e che si concluderà il prossimo 19 novembre.
L’obiettivo è costruire una Costituente Terra più stabile e più presente sul territorio, capace di sviluppare una rete di realtà locali e internazionali, di rafforzare i rapporti con università, associazioni, movimenti e istituzioni e, soprattutto, di rendere permanente l’iniziativa culturale e civile.
Il passaggio è quindi, per noi, particolarmente importante:
dalla elaborazione alla costruzione; dalla rete ancora informale a una comunità organizzata; dalla dimensione nazionale a una vera rete internazionale.
Per farlo sono necessarie idee, persone, relazioni. Ma sono necessarie anche risorse adeguate.
Per sottoscrivere basta andare sul sito www.costituenteterra.it sottoscrizione straordinaria.
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Defensores Karalis
IL COMPLESSO DEGLI SCOLOPI DI SAN GIUSEPPE IN CASTELLO A CAGLIARI: DAL RECUPERO DELLA CHIESA CON I FONDI PNRR ALLA SFIDA CIVICA PER UNA FONDAZIONE DEI BENI COMUNI
di Franco Meloni
Cagliari custodisce le tracce profonde di un’identità plurale e millenaria, stratificata dalle memorie puniche e romane fino alle epoche giudicale, pisana, aragonese, spagnola e sabauda, per arrivare ai nostri giorni. Nel quartiere di Castello, caratterizzato da torri e bastioni fortificati, tra le altre evidenze spicca per rilevanza storica e monumentale il complesso edificato nella seconda metà del XVII secolo dai Padri Scolopi, composto dal Collegio e dalla Chiesa di San Giuseppe. È una storia che affonda le radici nel Seicento, attraversa le grandi riforme del Settecento illuminista e parla direttamente al nostro presente, stimolando pratiche di cittadinanza attiva e innovazione sociale.
L’origine: la chiamata e le carte d’archivio
È noto che i Padri Scolopi giunsero in città nel novembre del 1640, preceduti da un invito formale dei Consoli municipali volto a rispondere all’esigenza primaria di garantire un’istruzione adeguata ai giovani cagliaritani. Sarà proprio lo studio approfondito del carteggio intercorso tra l’amministrazione e l’Ordine, custodito presso l’Archivio storico del Comune di Cagliari, a restituire nei dettagli le tappe di quell’insediamento. A raccogliere quella chiamata fu direttamente il fondatore dell’ordine, San Giuseppe Calasanzio, il santo spagnolo che inventò la prima scuola popolare gratuita d’Europa.
A conferma di come questo legame spirituale non si sia mai del tutto spezzato, quest’anno a Cagliari è ripreso — seppure in tono minore ma estremamente significativo — un momento di culto devozionale dedicato al fondatore: il parroco di Sant’Eulalia ha infatti celebrato una santa messa per onorare San Giuseppe Calasanzio il 25 agosto, giorno della sua festa liturgica. Un piccolo segnale di continuità che si affaccia nel tessuto cittadino accanto alle grandi trasformazioni materiali.
Il Settecento, Carlo Emanuele III e l’impronta di Giuseppe Agostino Delbecchi
Nel corso del Settecento, la storia del complesso scolopico e quella dell’Università di Cagliari si intrecciarono in modo indissolubile. Fu il re Carlo Emanuele III di Savoia, il 28 giugno 1764, a restaurare formalmente l’Università degli Studi di Cagliari, dando il via a una stagione di profondo rinnovamento culturale e istituzionale.
In questo quadro di riforme sabaude e di azione del ministro Giovanni Battista Bogino, una figura chiave fu quella dell’arcivescovo Giuseppe Agostino Delbecchi. Nato a Oneglia nel 1697 e appartenente all’Ordine degli Scolopi, Delbecchi fu Vescovo di Alghero fino al 1763, quando venne chiamato a reggere l’arcidiocesi cagliaritana e, di conseguenza, ad assumere l’importante ruolo di Cancelliere dell’Ateneo. Nel suo tempo l’Università visse una fase cruciale di modernizzazione degli studi e degli assetti amministrativi. Come documentato in diversi studi, particolarmente quelli sulla storia dell’Ateneo cagliaritano*, Delbecchi fu un attore istituzionale capace di unire la rigorosa tradizione pedagogica del suo ordine con le istanze di riforma dello Stato. Morì ancora in carica a Cagliari nell’aprile del 1777.
Dal cantiere del PNRR alla frammentazione proprietaria
Il filo che legava gli Scolopi all’istruzione cittadina si era interrotto nel 1866 con le leggi eversive dell’asse ecclesiastico. Da allora l’imponente complesso di Castello ha subito alterne vicende, finendo per essere convertito ad altre funzioni (come l’ospitalità per un lungo periodo del Liceo Artistico statale).
Oggi, tuttavia, lo scenario strutturale registra una novità di rilievo: la chiesa di San Giuseppe è infatti in fase avanzata di recupero conservativo, un intervento reso possibile grazie ai fondi del PNRR, i cui lavori si concluderanno attendibilmente entro l’anno corrente. Resta tuttavia da affrontare il nodo della governance e della destinazione d’uso, tenendo conto della scomposizione proprietaria che vede la chiesa saldamente trattenuta dallo Stato nel Fondo Edifici di Culto (FEC) del Ministero dell’Interno, mentre il collegio appartiene al patrimonio del Comune di Cagliari.
La proposta: una Fondazione di Partecipazione e i beni comuni
Proprio per valorizzare gli spazi restaurati e superare le rigidità burocratiche tra i diversi enti, la mobilitazione culturale promossa da Aladinpensiero lancia una proposta forte e innovativa. Un percorso che trova oggi un inedito e favorevole stimolo istituzionale nell’adozione del “regolamento per la cogestione dei beni comuni urbani”, attualmente in discussione presso le competenti commissioni consiliari del Comune. In questo solco si inserisce l’idea di sperimentare uno strumento avanzato di innovazione sociale: la costituzione di una Fondazione di Partecipazione.
Questo modello di governance pubblico-privato permetterebbe di far convergere attorno allo stesso tavolo strategico diversi soggetti pubblici e privati, sicuramente nella fase di concertazione, fermo restando che si dovranno individuare i soggetti da coinvolgere operativamente:
- Lo Stato (FEC) e il Comune, per ricucire la frammentazione proprietaria.
- La Regione Autonoma della Sardegna e il Comune, per il coordinamento delle politiche culturali e di rigenerazione urbana.
- L’Università di Cagliari, per riannodare il filo storico che unisce l’Ateneo all’eredità degli Scolopi e alle esigenze della Terza Missione universitaria in favore del territorio e a precipuo beneficio delle giovani generazioni.
- La Diocesi, le Parrocchie e gli Enti religiosi, custodi della memoria religiosa e monumentale.
- Le associazioni di cittadinanza attiva e i comitati di quartiere, gli ex allievi degli scolopi, ecc, garanti del radicamento sociale del progetto.
- I privati come soggetti di mecenatismo culturale
La sostenibilità economica di un simile percorso troverebbe linfa nell’accesso alle linee di finanziamento governative, regionali ed europee e nel sostegno privato, tra cui quello di rilievo delle Fondazioni ex bancarie, in primis la Fondazione di Sardegna.
Verso una nuova destinazione civica e aperta
La chiesa di San Giuseppe (ormai nota come chiesa di San Giuseppe Calasanzio), restituita al decoro architettonico grazie al PNRR, troverebbe una vocazione ideale come contenitore culturale laico — uno spazio per conferenze, concerti, rassegne librarie e attività culturali dell’Ateneo e della cittadinanza per il tramite dell’associazionismo di base —, senza per questo escludere, anzi prevedendola fin d’ora, la possibilità che vi si possano ospitare funzioni religiose straordinarie, prima fra tutte la celebrazione liturgica in occasione della festa del santo fondatore ogni 25 agosto.
Se nel 1640 furono i Consoli municipali a chiamare i padri Scolopi per offrire un servizio prezioso alla gioventù cagliaritana, oggi spetta alle istituzioni, all’Università e alla cittadinanza attiva fare tesoro di quelle feconde esperienze, per quanto possano ancora insegnarci, trasformando il recupero di un monumento in un laboratorio permanente di rigenerazione civica e di cura condivisa dei beni comuni.
———————–
* Ci riferiamo particolarmente agli studi curati da Giancarlo Sorgia e ripresi più di recente da Paolo Bullita.
Altre informazioni sono tratte dal libro “Gli scolopi in Sardegna” di padre Francesco Colli Vignarelli, Ettore Gasperini Editore, Cagliari 1982.
Innovazione sociale con la cogestione dei beni comuni della città: il caso dell’ex Collegio degli Scolopi e della chiesa di San Giuseppe Calasanzio
IL COMPLESSO DEGLI SCOLOPI DI SAN GIUSEPPE IN CASTELLO A CAGLIARI: DAL RECUPERO DELLA CHIESA CON I FONDI PNRR ALLA SFIDA CIVICA PER UNA FONDAZIONE DEI BENI COMUNI
di Franco Meloni
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Other News. Tecnologie e transizione, la Cina consolida il vantaggio sugli USA

Tecnologie e transizione, la Cina consolida il vantaggio sugli USA
Alessandra Colarizzi* – Materia Rinnovabile
Settembre 2015: Xi Jinping viene ricevuto per la prima volta alla Casa Bianca da Barack Obama. A Washington, clima e transizione energetica sono al centro di una rara stagione di cooperazione tra Cina e Stati Uniti. Nel comunicato congiunto, i due leader definiscono il cambiamento climatico una delle maggiori minacce per l’umanità. Pechino annuncia l’introduzione di un sistema nazionale di scambio delle emissioni e un contributo da 20 miliardi di yuan per i paesi in via di sviluppo. Washington conferma il Clean Power Plan, destinato a ridurre le emissioni del settore elettrico statunitense. Sullo sfondo c’è Parigi: l’intesa tra Xi e Obama contribuisce a preparare il terreno per l’accordo globale sul clima che verrà firmato tre mesi dopo.
Passati dieci anni, alla Casa Bianca non c’è più Obama, c’è Donald Trump. Il dossier Clima è sparito dallo Studio Ovale, né ve ne è menzione nelle dichiarazioni rilasciate al termine della visita di Xi, la prima da quel lontano 2015. D’altronde, lo scetticismo dell’ex tycoon nei confronti delle tematiche ambientali è cosa nota. Il paradosso tuttavia non potrebbe essere più evidente. Proprio mentre il clima sembra perdere importanza nelle interlocuzioni bilaterali, le tecnologie necessarie alla transizione energetica diventano sempre più centrali nella competizione economica e tecnologica tra le due superpotenze: chi controlla batterie, pannelli, veicoli elettrici, materiali e componentistica controlla una parte crescente delle infrastrutture necessarie non solo alla transizione energetica, ma anche allo sviluppo delle industrie di frontiera.
La Repubblica popolare è arrivata al vertice di Washington con un netto vantaggio in termini di produzione, installazioni ed esportazioni di tecnologie pulite. A sette mesi dall’inizio della guerra in Iran, gli Stati Uniti invece affrontano costi energetici in aumento e una maggiore dipendenza dal gas per alimentare le infrastrutture del futuro. Il bilancio provvisorio del summit vede rafforzata ulteriormente la posizione della Cina lungo tutta la filiera: dai materiali critici, indispensabili per l’industria verde, fino all’intelligenza artificiale (AI), settore in cui il paese asiatico sta accorciando velocemente la distanza con gli States, nonostante i divieti sulla vendita di chip avanzati introdotti da Joe Biden.
Il fumo negli occhi è l’annuncio della Casa Bianca secondo cui, “in seguito al rilancio dell’industria carbonifera americana voluta dal presidente Trump, la Cina si è impegnata a importare almeno 10 milioni di tonnellate di carbone”. Come scritto su queste colonne, la Repubblica popolare continua a considerare il combustibile fossile come riserva, non come fonte primaria; sul lungo periodo è invece alle rinnovabili che si affida per ridurre la dipendenza dai mercati energetici d’oltremare. Questa auspicata maggiore autosufficienza si basa innanzitutto sul controllo delle materie prime. Un controllo che la visita di Xi a Washington lascia ancora una volta nelle mani di Pechino.
Il risultato più concreto del bilaterale riguarda senza dubbio la tregua commerciale: conclusa lo scorso anno a Busan (Corea del Sud) e in scadenza a novembre, è stata prolungata fino al 10 gennaio. Così facendo la Cina ha ottenuto un ulteriore congelamento dei dazi statunitensi e una riduzione su alcuni specifici beni di consumo. In cambio ha implicitamente (ri)promesso di allentare le restrizioni all’export di terre rare, in quantità e con tempistiche tutte da accertare.
Mettendo da parte il vecchio attendismo, all’inizio della seconda amministrazione Trump Pechino ha reagito ai dazi annunciando l’introduzione di limitazioni sulle esportazioni di materiali critici. L’accordo pattuito lo scorso anno, finora, ha riguardato solo settori non strategici, mentre Pechino si avvale tutt’oggi del diritto di restringere le forniture destinate a scopi militari con una discrezionalità che ha già suscitato diverse lamentele sia negli Stati Uniti sia in Europa. Il tempo è dalla parte della Cina. Gli sforzi di Washington per creare un’industria nazionale richiederanno non solo massicci investimenti. Secondo il report 2024 di S&P Global, lo sviluppo di un nuovo progetto per le terre rare negli Stati Uniti necessita in media di quasi 29 anni dalla scoperta iniziale del giacimento all’effettiva fase di produzione.
A valle la posizione del gigante asiatico è persino più solida. Secondo un rapporto di Atlas Public Policy e Clean Power Information Project (aggiornato al giugno 2026), la Repubblica popolare conta ormai sul 57% degli investimenti annunciati a livello mondiale nella produzione di tecnologie verdi. Ben 16,7 miliardi di dollari solo nella prima metà del 2026, più del triplo rispetto ai 5,2 miliardi di dollari provenienti dagli Stati Uniti. A maggio 2026, il gigante asiatico controllava il 49% della capacità solare installata a livello globale, il 50% della capacità eolica e il 63% delle vendite mondiali di veicoli elettrici, anche se il mercato a stelle e strisce è blindato da dazi doganali superiori al 100% e restrizioni sulle auto con software di fabbricazione cinese. “Nessun altro paese si avvicina minimamente a questi risultati”, commenta Atlas.
È un vantaggio che assume maggiore rilevanza nel contesto della doppia crisi energetica attuale: la guerra scatenata da Washington contro l’Iran ha contribuito alla volatilità dei mercati di petrolio e gas, mentre l’aumento della domanda di elettricità legata ai data center per l’AI richiede nuove fonti e infrastrutture stabili. L’amministrazione Trump mostra segni di difficoltà nel gestire entrambe le emergenze. Secondo i sondaggi, la stretta inflattiva rischia di influenzare negativamente le elezioni di medio termine previste a novembre, mentre da gennaio a oggi manifestazioni in quarantadue stati hanno bloccato la costruzione di oltre cento data center, invisi perfino più delle centrali nucleari per gli enormi consumi di energia e acqua. L’ex tycoon l’ha definita “una cospirazione malvagia che fa felice solo la Cina”.
Venerdì 25 settembre, mentre Trump accoglieva Xi agli Archivi nazionali, un gruppo bipartisan del Congresso ha presentato un disegno di legge volto a vietare componenti cinesi nei data center per motivi di sicurezza nazionale. Ma, stando alla Reuters, nessuna delle aziende statunitensi disporrebbe della capacità produttiva necessaria per sostituire i fornitori della Repubblica popolare. Un grattacapo non da poco, considerato che la competizione nell’AI non riguarda soltanto chi sviluppa i modelli migliori, ma anche chi riesce a costruire più rapidamente l’infrastruttura fisica necessaria per farli funzionare.
Proprio la nuova tecnologia è stato uno dei temi più discussi subito prima e durante la trasferta di Xi a Washington. Il comunicato rilasciato sabato 26 settembre da Pechino la menziona negli otto punti in cui le due parti hanno raggiunto un consenso. Nello specifico si parla di “istituire un dialogo Cina-USA per scambiare opinioni sui rischi e i benefici” dell’AI, nonché di stabilire “canali di comunicazione” nell’attesa dei prossimi colloqui che “si terranno a novembre di quest’anno”.
L’annuncio sembra confermare la nascita di quel meccanismo sulla sicurezza della tecnologia concordato dai rispettivi capi negoziali alla vigilia del vertice. Ancora si sa poco ma, secondo gli esperti, potrebbe funzionare come il “telefono rosso” lanciato da Stati Uniti e Unione Sovietica ai tempi della Guerra Fredda. Restano da chiarire vari punti, a partire dalle scelte lessicali: il readout cinese parla di “rengong zhineng” (intelligenza artificiale in mandarino) invece di “Super Intelligence”, il neologismo coniato da Trump e utilizzato dalla Casa Bianca. Una dissonanza terminologica che potrebbe tuttavia mascherare divergenze più profonde. Non solo per via del divieto − condannato spesso da Pechino − sulla vendita di chip avanzati statunitensi, un punto su cui entrambe le letture del summit tacciono.
Come spiega a Materia Rinnovabile Kyle Chan, ricercatore del Brooking Institution, “una delle principali differenze tra i negoziati in corso sulla sicurezza dell’AI e quelli passati sul disarmo nucleare è proprio la mancata comunanza di vedute sui presupposti di fondo: all’epoca della Guerra Fredda sia l’Unione Sovietica sia gli Stati Uniti condividevano una visione dei rischi derivanti dalle armi nucleari. Nel campo dell’AI, invece, oggi Cina e Stati Uniti valutano le minacce in modo diverso”.
Se negli USA il dibattito si è concentrato sulle capacità dei modelli di frontiera, sulla sicurezza nazionale e sul rischio di una perdita di controllo umano, nella Repubblica popolare la sicurezza dell’AI viene affrontata attraverso una lente più ampia: controllabilità, uso improprio, integrità dell’informazione e conseguenze sociali. Il tratto distintivo dell’approccio cinese è dunque la forte interdipendenza attribuita a sviluppo e sicurezza: due obiettivi che devono procedere sullo stesso binario.
“Una linea di emergenza potrebbe aiutare i due governi a comunicare sui rischi futuri, ma da sola non risponderebbe alla domanda su chi può esaminare un modello mentre viene sviluppato. Su questa questione, gli approcci differiscono ancora”, spiega Poe Zhao, analista indipendente nonché curatore della newsletter Hello China Tech. La differenza principale, secondo l’esperto “è chi ottiene l’accesso, e quando. Una cooperazione più ampia rimarrà difficile perché la sicurezza dell’AI è strettamente connessa alla competizione su chip, potenza di calcolo e modelli avanzati”.
Mentre collaborare non sarà facile, una cosa invece sembra certa: oltre la Muraglia l’evoluzione della tecnologia comincia ad agitare il sonno della leadership comunista. “Xi sottolinea da tempo l’importanza del controllo umano sull’AI”, ci spiega Chan, secondo il quale il discorso del presidente cinese alla Casa Bianca riecheggia quanto affermato durante la World AI Conference (WAIC) di quest’estate. “Non credo che le sue parole siano una reazione ai recenti sviluppi negli Stati Uniti, come il caso Hugging Face”, commenta l’esperto. “Penso piuttosto vadano considerate tanto una mossa diplomatica quanto il sintomo di una reale preoccupazione. Se da una parte la Cina vuole chiaramente presentarsi al mondo come un attore responsabile, esistono rischi concreti legati all’AI che Pechino prende molto sul serio.”
*Classe ’84, romana doc. Direttrice editoriale di China Files. Nel 2010 si laurea con lode in lingua e cultura cinese presso la facoltà di Studi Orientali (La Sapienza). Appena terminati gli studi tra Roma e Pechino, comincia a muovere i primi passi nel giornalismo presso le redazioni di Agi e Xinhua. Oggi scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra le quali Il Fatto Quotidiano, Milano Finanza e il Messaggero. Ha realizzato diversi reportage dall’Asia Centrale, dove ha effettuato ricerche sul progetto Belt and Road Initiative. È autrice di Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro.
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La minaccia dell’intelligenza artificiale riuscirà a risvegliare l’umanità in tempo?
Di David Korten* – Common Dreams
Ci troviamo ora ancora una volta di fronte alla logica di un patto suicida globale. Tutti possono riconoscere il pericolo, eppure nessun partecipante si sente libero di ritirarsi dalla competizione.
L’intelligenza artificiale pone l’umanità di fronte a un paradosso di importanza storica. Se utilizzata per potenziare la cooperazione umana e l’apprendimento condiviso al servizio della vita, l’IA può essere uno strumento potente per creare un mondo che funzioni per tutti. Se invece impiegata come arma competitiva nella ricerca del profitto, del controllo politico e del dominio militare, accelererà quasi certamente il percorso dell’umanità verso l’autodistruzione.
La minaccia è reale e immediata. Eppure potrebbe anche essere la nostra più grande fonte di speranza. L’IA ci pone di fronte, in modo più chiaro di qualsiasi altra tecnologia precedente, a una verità alla quale abbiamo a lungo opposto resistenza: l’umanità non può sopravvivere come un insieme di individui, imprese e nazioni in competizione tra loro, che perseguono il proprio vantaggio individuale senza riguardo per il benessere dell’insieme. Rendendo inequivocabili e potenzialmente imminenti le conseguenze del nostro percorso attuale, l’IA potrebbe fornire l’incentivo più potente che l’umanità abbia mai sperimentato per intraprendere quella profonda trasformazione culturale da cui ora dipende il nostro futuro comune.
Il dibattito pubblico tratta comunemente l’IA come un’intelligenza indipendente che un giorno potrebbe rivoltarsi contro i suoi creatori umani. Questo indirizza la nostra attenzione verso la domanda sbagliata. L’IA non possiede uno scopo morale indipendente. È uno strumento creato dall’uomo che serve agli scopi di chi la sviluppa, la possiede e la controlla. La domanda fondamentale non è se l’IA sceglierà di controllare l’umanità. È se l’umanità sarà in grado di superare il proprio attaccamento alla competizione e al dominio in misura sufficiente da governare l’IA – e se stessa – al servizio della vita.
All’interno della nostra attuale cultura globale, l’IA viene sviluppata principalmente come strumento di vantaggio competitivo. Le aziende la utilizzano per eliminare posti di lavoro, monitorare i lavoratori, manipolare i consumatori, appropriarsi della creatività umana, acquisire informazioni personali e raggiungere il dominio del mercato. Gli attori politici la utilizzano per diffondere falsità, alimentare la paura e screditare gli avversari. I governi la utilizzano per espandere la sorveglianza, mentre le forze armate la impiegano per identificare obiettivi, guidare armi e sviluppare sistemi di uccisione autonomi.
La giustificazione per sviluppare l’IA il più rapidamente possibile è sempre essenzialmente la stessa: se non lo facciamo noi, lo faranno i nostri concorrenti. I dirigenti aziendali potrebbero riconoscere che l’eliminazione di milioni di posti di lavoro potrebbe devastare la società, ma temono di perdere contro le aziende che agiscono più rapidamente. I leader nazionali potrebbero comprendere che le armi autonome potrebbero sfuggire al controllo umano, ma temono la sconfitta da parte delle nazioni che le sviluppano per prime. I leader politici potrebbero sapere che l’inganno generato dall’IA sta distruggendo la democrazia, ma temono di perdere contro avversari che la utilizzano in modo più aggressivo.
Questa è la logica di un patto suicida globale. Tutti potrebbero riconoscere il pericolo, eppure nessun partecipante si sente libero di ritirarsi dalla competizione.
L’IA aumenta la velocità, la portata e l’ampiezza di ogni iniziativa competitiva. Può manipolare milioni di menti, monitorare intere popolazioni, eliminare un numero enorme di mezzi di sussistenza e prendere decisioni militari a velocità che sfuggono alla comprensione umana. Può concentrare un potere senza precedenti nelle mani delle aziende e dei governi che controllano i più grandi sistemi di dati e le strutture informatiche. Nel frattempo, tali strutture consumano quantità crescenti di elettricità, acqua, terra e minerali rari, gravando ulteriormente sulla Terra vivente da cui dipende tutta la vita.
Questi pericoli non sono intrinseci all’IA. Sono conseguenze di una civiltà che definisce il progresso come aumento del consumo, considera il denaro il valore supremo dell’umanità, premia la ricerca di ricchezza privata illimitata e organizza le relazioni attorno al dominio e alla competizione. L’IA non crea queste patologie. Le amplifica.
Abbiamo urgente bisogno di leggi che vietino le applicazioni più pericolose dell’IA, tra cui le armi autonome, la sorveglianza di massa, l’usurpazione di identità politiche, il furto di opere intellettuali e l’uso sconsiderato di energia e acqua. Abbiamo bisogno di trasparenza, responsabilità democratica, tutela dei lavoratori e dei creatori e chiara responsabilità legale per i danni causati. Tali misure sono essenziali per rallentare i danni e dare all’umanità il tempo di scegliere un futuro diverso.
Non saranno tuttavia sufficienti. Nessun sistema normativo potrà rendere sicura l’IA fintanto che le imprese e le nazioni rimarranno impegnate in lotte per il dominio. Le regole saranno continuamente indebolite, eluse o abbandonate da coloro che temono che il rispetto delle stesse li metta in una posizione di svantaggio competitivo.
La nostra unica protezione duratura è quindi una trasformazione della cultura globale che determina il modo in cui noi esseri umani utilizziamo l’IA. Ciò richiede che passiamo da una civiltà organizzata attorno alla competizione per il denaro e il potere a una civiltà dedicata al benessere della Terra vivente e di tutti i suoi esseri umani e altri esseri viventi. Quella che molti di noi scelgono di chiamare una Civiltà Ecologica.
Una civiltà di questo tipo riconoscerà la Terra come una comunità vivente, non come un magazzino di materie prime in attesa di essere rivendicate, estratte e vendute a scopo di lucro. Comprenderà che il benessere umano dipende dal benessere del tutto e che la nostra capacità distintiva di scelta consapevole comporta la responsabilità di prenderci cura della vita che ci sostiene. Organizzerà le economie per soddisfare i bisogni di tutti, risanando al contempo la Terra, distribuendo il potere, limitando gli estremi della ricchezza, ripristinando l’autosufficienza locale e rendendo le imprese responsabili nei confronti delle comunità e degli ecosistemi che dipendono da esse.
Una civiltà ecologica non eliminerà la concorrenza. Incoraggerà la concorrenza, non per dominare e sfruttare gli altri, ma piuttosto per essere la più creativa ed eccellente nel promuovere una cultura di cooperazione e responsabilità reciproca a favore del benessere dell’insieme. Le funzionalità essenziali dell’intelligenza artificiale saranno regolate come parte di un patrimonio informativo globale comune. La conoscenza da cui dipendono — creata nel corso di generazioni da innumerevoli esseri umani — sarà trattata come un’eredità condivisa. Il suo utilizzo sarà soggetto a controllo democratico, a limiti ecologici e al requisito fondamentale che il suo impiego sia al servizio della vita.
L’IA potrebbe quindi aiutare educatori, agricoltori, guaritori, scienziati, funzionari pubblici, custodi della conoscenza indigena e organizzatori di comunità a condividere ciò che stanno imparando. Identificherà relazioni al di là della portata di qualsiasi mente individuale, tradurrà tra le lingue, metterà in luce gli errori e ci sosterrà nell’adattare approcci di successo alle esigenze specifiche di ogni luogo. Potrebbe rafforzare la nostra capacità collettiva di ripristinare suoli e foreste, conservare l’acqua, prevenire le malattie, eliminare gli sprechi, localizzare la produzione, risolvere i conflitti e garantire una vita dignitosa per tutti.
In questo ruolo, l’IA non sostituirebbe l’intelligenza umana. Potenzierebbe la nostra capacità di imparare insieme. L’intelligenza più essenziale per il nostro futuro non risiederebbe né nella macchina né nell’individuo isolato, ma nelle relazioni attraverso le quali condividiamo esperienze, approfondiamo la comprensione e organizziamo l’azione collettiva al servizio della vita.
I cambiamenti climatici, il collasso ecologico, le disuguaglianze estreme e la guerra hanno dimostrato il fallimento della nostra civiltà competitiva. Eppure queste minacce sono spesso sembrate lontane, graduali o separabili. L’IA le riunisce e rende sempre più evidente che nessuna impresa può garantire il proprio futuro distruggendo la società che sostiene i suoi mercati; nessuna nazione può raggiungere la sicurezza attraverso armi che minacciano tutte le nazioni; e nessuna parte dell’umanità può prosperare su una Terra morente.
Per la prima volta, l’umanità sta creando uno strumento così potente che il suo uso sicuro potrebbe rivelarsi impossibile senza trasformare la cultura della civiltà che lo ha creato. Questo potrebbe essere il dono più grande dell’IA. Ci pone di fronte a una scelta che non possiamo più rimandare: cooperare per garantire il benessere dell’insieme o continuare a competere verso la nostra comune distruzione.
La domanda è se riconosceremo questa scelta e agiremo in tempo.
Nota dell’autore: Il mio scopo nel condividere questo articolo è quello di contribuire a diffondere questo messaggio essenziale nel mondo il più rapidamente e ampiamente possibile attraverso molti messaggeri e canali. Se questo articolo vi colpisce, per favore, senza bisogno del mio permesso o riconoscimento, inoltrate la nostra newsletter, condividete il link al nostro sito web, pubblicatelo sui social media e/o riproducetelo, adattatelo, condividetelo con i vostri amici e follower, ed esprimete pubblicamente il suo messaggio con le vostre parole e la vostra voce. Vi invito quindi a condividere con me come lo state utilizzando, inviando le informazioni a info@greatturning.org.
*Autore americano, conferenziere, cittadino impegnato, studioso di psicologia e sistemi comportamentali, ex professore della Harvard Business School, critico di spicco della globalizzazione corporativa e sostenitore della transizione umana verso una Civiltà Ecologica.
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In ricordo di un’amica
Doretta veniva da Sant’Arennera.
Gianni Loy – 1 ottobre 2026.
Avete presenti i cavalloni estivi che setacciavano il mare antistante la spiaggia del poetto, sino a frangersi impetuosi sulla sabbia – allora bianca – dell’arenile, dopo aver scavalcato il bagnasciuga?
E i bambini che ad ogni ondata perdevano il contatto con il fondo, e annaspavano tra le schiume, terrorizzati ma contenti, ansiosi di ritrovare, dopo la paura, la quiete dopo la tempesta. Una quiete breve, perché già annunciava l’imminente arrivo di un altro flutto, e ancora l’ansia, e la paura, e soprattutto la fatica, del dibattersi all’interno dell’onda.
Proprio così è stata la vita terrena di Doretta, che oltretutto veniva da Sant’Arennera, – ancora mezza campagna e mezza periferia urbana – dove tra cortile e parrocchia si potevano ancora praticare gli antichi riti del vicinato, prima di inerpicarsi, assiema al suo compagno di tutta la vita, fin sul liminare della collina che si affaccia sulla pineta, alla ricerca di serenità. Un susseguirsi interminabile di sfide, al termine delle quali tornava immancabilmente il sereno.
Si chiamava Maria Dolores, per la verità, ma spesso la chiamavamo Doloretta, tra il serio e il faceto, perché sembrava proprio che fosse destinata ad essere accompagnata dal dolore, lungo il sentiero della vita.
Università della Sardegna. Un dibattito quanto mai attuale
GIUSTO PER CAPIRE: SE OLBIA FA PAURA
di Bepi Anziani su fb
L’università che cresce a Olbia comincia a fare paura? La domanda viene spontanea dopo le prime dichiarazioni del nuovo rettore dell’Università di Sassari, Omar Chessa. Il progetto del Dipartimento di Innovazione di Olbia, ha detto, dovrà essere ripensato. Senza però «buttare il bambino con l’acqua sporca». Parole sufficienti per scatenare in Gallura una reazione immediata. Il sospetto, neppure troppo nascosto, è che dietro le perplessità accademiche ci sia la preoccupazione che Olbia cresca troppo, fino a diventare prima o poi qualcosa di più di una sede decentrata e magari aspirare a una propria autonomia universitaria. Chessa questo, ad onor del vero, non l’ha detto. Anzi, nel suo programma da candidato rettore aveva sostenuto il modello dell’università policentrica.











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